La chiesa di S. Giovanni Battista a Matera tra religiose velate e verità celate

16/11/12

Un film di Ridley Scott e una citazione di Assassin’s Creed sono stati gli elementi che hanno bussato alla mia porta nelle ultime ore, sollecitandomi a pubblicare questo post che aspettava da giorni le sue belle immagini, così ho voluto dedicarvi qualche riga di Storia legata alle Crociate … con finale a sorpresa che merita un po’ di attenzione.

Il Robin Hood di Ridley Scott (2010) si attiene abbastanza fedelmente ai fatti storici rispetto alle precedenti pellicole che ritraggono il leggendario fuorilegge inglese e prende inizio dal ritorno in patria di Riccardo I  Cuor di Leone, che, ironia della sorte, dopo aver passato dieci anni a combattere la Terza Crociata muore sotto l’assedio del castello di Châlus, in Francia …a due passi da casa.
Poco prima nel 1191 i Re europei Riccardo I d’Inghilterra, Filippo II di Francia e Leopoldo d’Austria avevano unito gli eserciti a quello di Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme per la riconquista di San Giovanni d’Acri (in Palestina) da parte dei cristiani, sottraendola a Saladino.
L’assedio di Acri, interrotto con una tregua di un secolo fino alla sua definitiva caduta nel 1291, tempo in cui la città rimase capitale del Regno, viene ricordato come una delle più sanguinose carneficine tra cristiani e musulmani di tutti i tempi.

Emile Bertaux (L’art dans l’Italie méridionale…) riferisce che durante la spedizione a Cipro e in Siria (Sesta Crociata) Federico II portò con sé dal convento della Santa Maddalena le monache note come “Penitenti di Accon”, comunità religiosa dell’ordine Cistercense proveniente in origine dalla Francia centrale (Abbazia di Cîteaux, Borgogna)

Bene, Accon in arabo non è altro che Acri, San Giovanni d’Acri.

Le Penitenti arrivarono a Matera nel 1230 (o ancora prima nel 1215) con il vescovo Andrea, si stabilirono momentaneamente nel complesso rupestre della Madonna delle Virtù in attesa dell’ultimazione  del nuovo convento presso Santa Maria la Nova ai Foggiali, la cappella che era stata loro donata. Loro decisero di ampliarla costruendo una nuova chiesa che sarà terminata nel 1236.

A quel punto Santa Maria la Nova è la prima chiesa del Piano (al di sopra dei Sassi) ad essere eretta fuori le mura cittadine, motivo per cui dopo due secoli le religiose la lasceranno per un luogo più protetto (il monastero dell’Annunziata alla Civita).

Per altri due secoli la chiesa versa in stato di estremo degrado, finché Monsignor del Ryos dispose nel 1695 di trasferirvi la parrocchia S. Giovanni Battista dal Sasso Barisano, abbandonando la rupestre S. Giovanni Vecchio.

Ho passato buona parte della mia infanzia giocando in un raggio d’azione che andava dalla chiesa di San Biagio a quella di San Giovanni passando per la fontana situata appena sopra l’Hotel Sassi, in via San Rocco; ho vissuto il piazzale di San Giovanni quando era una distesa di auto parcheggiate fin sul sagrato, con i cedimenti della pavimentazione dovuti ad una piccola necropoli scavata secondo l’uso dei cristiani di seppellire i defunti nei pressi di un luogo sacro, ma è stato negli anni dell’Università che ho iniziato a guardare quell’opera romanica con occhi diversi, apprezzandone il portale, i bellissimi capitelli, i matronei su mensole e le crociere a costoloni, benedicendo tante volte Monsignor Morelli che nel 1926 ha rimosso le superfetazioni barocche che coprivano i conci di tufo e tutte le superfici porose che ancora oggi portano la patina del tempo.

Ero abituata, come tutti i materani ed i turisti, a considerare la Chiesa di San Giovanni Battista come appare oggi, con il bel portale strombato sotto l’edicola del Santo, gli archetti, le campane e l’arco esterno del matroneo decorato da elefanti. È noto che i luoghi di culto nascono sull’asse del percorso solare, con accesso da Est per i templi pagani e da Ovest per quelli di fede cristiana e che molti, come la Cattedrale, possiedono anche un doppio ingresso oltre a quello principale.  Stranamente questo ne ha uno solo che dà direttamente in una delle navate secondarie, facendoci trovare l’abside a destra.

Perché nel 1230 avrebbero dovuto edificare un impianto così singolare, da risultare scomodo per le funzioni (tanto da necessitare negli anni ‘70 persino un accesso dall’abside, poi fortunatamente tamponato) quando nella zona dei Foggiali c’era tanto spazio? La piccola cappella non doveva essere poi così vincolante!

In realtà “Santa Maria la Nova” venne costruita a regola d’arte da maestranze che possedevano le alte tecniche costruttive e decorative acquisite dallo stile romanico europeo anche grazie ai rapporti con la Terrasanta, una fusione che sfociò poi nella verticalità gotico.

La risposta è in un segno sul lato cieco della navata principale, in quello che sembra essere un arco di scarico dietro il confessionale.

Il vero ingresso della chiesa è celato all’interno del corpo di fabbrica attiguo, nato nel 1610 come Ospedale di San Rocco e riconvertito prima in Carcere e successivamente in sede della Croce Rossa, come io lo ricordo. L’edificio è rimasto chiuso per decenni prima degli attuali restauri, grazie ai quali ho potuto  vedere l’ampia corte interna che lo divide dalla chiesa tramite un’intercapedine, la quale è preceduta da un pronao semicircolare di gusto barocco che appare una copia in scala di quello realizzato da Pietro da Cortona a Santa Maria della Pace, a Roma, nel 1656-59. Dietro questa quinta muraria si esprime l’identità di San Giovanni-Santa Maria la Nova: una facciata piuttosto semplice, delineata da una copertura a capanna che svetta al centro per la notevole differenza di quota tra le navate laterali e quella principale.

Al contrario della facciata conosciuta, consolidata e mantenuta nel tempo,  nonostante il cuci-e-scuci sul tufo questa porta considerevoli segni di rimaneggiamenti e ripensamenti, come le due cicatrici  verticali tra il rosone e il portale, lasciate forse da lesene o da un’edicola. Nell’eliminare intonaco e stucchi che ricoprivano le volte e i capitelli interni fino al 1926, Monsignor Morelli ripristinò la grandezza originale delle monofore. Tra le  ricuciture delle finestre le colonnine angolari ed alcune decorazioni sono andate perse irrimediabilmente e oggi si leggono solo grazie all’abbozzo dei capitelli. L’ingresso odierno non è che una nicchia di un lezioso teatrino, semi-affrescata da un motivo da carta da parati sotto lo splendido decoro ad intreccio originale.

A parte questo, l’immagine complessiva che ne viene fuori differenzia nettamente questa chiesa dalle coeve San Domenico e Cattedrale e la lega invece di più alle Cattedrali di Ruvo di Puglia, di Conversano e San Sabino di Bari, solo per citarne alcune.

Per la posizione di Matera in Terra d’Otranto (fino al 1663) e per la provenienza della manodopera, i dettagli di San Giovanni risultano un romanico ibrido cistercense-pugliese e ricordano a tratti,  a scala inferiore, gli interni dell’abbazia di San Galgano.

Queste influenze architettoniche sono la vera conquista, forse l’unica, delle Crociate.

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Roma e Matera gemellate da uno stemma araldico

09/10/12

Qualche settimana fa ho ricevuto l’invito per un incontro con il vice Vescovo, presso il Laterano a Roma, prima di una cerimonia che si sarebbe tenuta il giorno successivo nella Basilica di San Giovanni. Il luogo che ci ha accolti è la Sala della Musica del Palazzo dei Canonici, che insiste su un’area alle spalle della Basilica sotto la giurisdizione della Santa Sede (Patti Lateranensi), alla quale è possibile accedere solo se autorizzati.

Nel 2001 ho imparato a conoscere ogni centimetro della zona antistante, per il rilevamento architettonico di quel gioiello ottagonale elevato su resti di Terme romane che è il Battistero Lateranense,  il quale utilizza elementi di recupero (colonne di porfido, capitelli, una splendida architrave scolpita) per cingere in modo anulare la vasca battesimale.
Da allora è sempre stato un luogo a cui tengo, non solo per le settimane passate lì (a volte chiusa in sacrestia a far tornare trilaterazioni in autocad in attesa della fine di una cerimonia),  ma in modo particolare per il senso di sacralità e storia che emana. Adesso so che un altro elemento mi lega a quel luogo, come materana amante della storia della propria città.

La Sala della Musica ospita spesso conferenze e mi chiedo quante persone abbiano mai fatto caso al particolare di uno stemma piccino piccino rispetto alle dimensioni della sontuosa tela che lo contiene in un angolo, a mò di firma o dedica del committente.
Mi è capitato spesso di visionare stemmi araldici ma una corrispondenza così familiare non l’avevo mai riscontrata!

Ero seduta in un punto mediano della Sala e ho dovuto aguzzare più volte lo sguardo, incuriosita dall’impressionante somiglianza dell’arma rosso e blu, della fascia dorata, del lambello…  di quel cuneo che la mia mente assimilava ad un’elmo!
Inutile dirvi quale estrema necessità di avvicinarmi mi si sia scatenata e chiedo venia a Don Vincenzo se da quel momento sono risultata poco attenta ( tra  l’altro è stato  così gentile da farmi entrare il giorno dopo per scattare foto meno tremule di quelle della sera prima ).
Intuivo cosa poteva essere, eppure cercavo di confutare la mia tesi: la presenza di un quadro così nel cuore di Roma, ambientato in un luogo che ricorda le basiliche bizantine del ravennate, mi faceva escludere la possibilità di un collegamento più diretto con una delle famiglie nobili di Matera e cercavo così di ricordare come fosse messa l’aquila nello stemma del ramo bolognese, se fosse o meno bipartito…
Stavo perdendo tempo! Una cosa li differenziava di certo: i tre puntini inferiori che potevano essere solo le tre croci ottagone dell’Ordine di Malta, un elemento distintivo!

L’emozione di quella scoperta aveva momentaneamente offuscato la memoria di quanti religiosi e Cardinali di quella famiglia avrebbero potuto lasciare in dono la tela al Papa!

Da vicino ho constatato che lo stemma dei Malvinni-Malvezzi dei Duchi di Santa Candida è un anello di congiunzione tra quella parete del Laterano e la volta dell’atrio del loro Palazzo in Piazza Duomo, a Matera, dove lo troviamo identico in un affresco.  Sia l’elmo che la testa di cinghiale presenti più volte nel Palazzo ma non nelle raffigurazioni più antiche, lasciano pensare che il quadro risalga a Giulio Malvinni-Malvezzi morto nel 1928, membro del clero Romano che affiancò Papa Leone XIII o a Luigi, morto nel 1953, Cameriere segreto di Sua Santità.

Se volete vederlo anche voi è più semplice arrivare in piazza Duomo e accontentarsi di ammirarlo dall’esterno del sopraluce del portone, in attesa della fine dei restauri conservativi. In alternativa consiglio un giro virtuale sul sito www.muvmatera.it da cui è tratta questa foto.

foto di Francesco Fossanova pubblicata su www.muvmatera.it

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Il liquido nell’ampolla

26/06/12

Ho avuto fortuna nel trovare l’idea in una fonte. Un regalo inaspettato, che come una vena d’acqua è sfociata improvvisamente in un rivolo. Non sapevo da dove provenisse e perché avesse deciso di sgorgare proprio in quel momento. Decisi di raccogliere il liquido in un’ampolla di vetro trasparente: era chiaro e leggero tra le mie mani, ma potevo sentirlo pulsare, forte e caldo come un umore che mi era sempre appartenuto.

Portai l’ampolla alla luce, provando a guardare il mondo attraverso quel liquido che si faceva sempre più denso. Nel farlo, rovesciai per caso alcune gocce sui fogli bianchi che avevo con me e riportai immediatamente l’ampolla in verticale. La carta assorbì le gocce in fretta, avidamente, mentre quelle che trattenni all’imboccatura, nel tornare nel liquido lo tinsero di un tono rossastro che per un po’ stentò a sciogliersi e a mischiarsi completamente con il resto.
Mi accorsi dopo che anche le pagine avevano assunto lo stesso colore, sempre più intenso.  Rosso sangue, rubino, poi rosso vino.

“Anche un vino novello a contatto con l’aria può rovinarsi”, pensai, temendo che al liquido dell’ampolla potesse accadere lo stesso. Intanto premevo la mano per impedire all’aria di entrarvi. Dopo un pò il liquido tornò un chiaro, ma più fluido, lattiginoso: il vortice innescato dalle gocce era sempre in movimento, a volte sembrava risucchiare il palmo, altre volte tentava di allontanarlo. Sembrava dirmi: “Non mi puoi imbrigliare, non mi puoi soffocare! Non puoi impedirmi di uscire, se voglio!”
Era vivo, davvero.

Ad un tratto ho scostato la mano, lasciando il flusso libero di scorrere come e quando vuole. Con la stessa forza indipendente che lo anima, decide o meno di colorarsi di nero o di rosso e si concede di venarsi appena di rosa, a volte, ma mai senza qualche spina…
Da allora se vuol disegnare arabeschi intricati, predilige le pergamene d’annata. Per regalare emozioni invece sceglie quelle rare e speciali, ma non disdegna e non dimentica di fissarsi anche sulla comune cellulosa.

Ho scoperto che all’aria non si ossida, né scolora.

Ho temuto di perdere freschezza nel dover rincorrere commenti e messaggi, nel dover contare le righe per non annoiare qualcuno. Ho sperimentato l’aridità che spesso si nasconde dietro i social networks…

Chi è arrivato qui in fondo saprà che ho deciso da tempo di lasciar perdere la caccia ai blog . Ci ho provato con due siti, in ambiti diversi, eppure paralleli. Porte e finestre sono sempre aperte, il  lettore se vuole può commentare, tornare o andare via per sempre…
E saprà che ho lasciato che il blog e il libro si prendessero il loro tempo, che poi, di riflesso, è anche il mio.

Ora vedremo cosa deciderà l’ampolla.
Su di lei ho poca influenza.

Dovrò  ristrutturare questo spazio, prima o poi…

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Stand by me in esclusiva per F052

02/11/11

Come scrive il regista Giuseppe Marco Albano su Facebook “NON è UN CASO…OGGI 2 NOVEMBRE….STAND BY ME SU YOUTUBE!!! RICORDANDO PIERPAOLO PASOLINI…” e io giro la notizia, appena arrivata sulla mia bacheca.

Da oggi per dieci giorni, sarà possibile guardare il pluripremiato cortometraggio lucano che tra i tanti riconoscimenti è anche entrato nella cinquina del David di Donatello 2011.

Lo trovate in esclusiva su F052 (che suona come la parte finale del C.F. di noi Materani :) )

Non vorrete perdere questa occasione!

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Ho appena ritirato la mia nuvola bianca

04/08/11

Dopo tutte le immagini che mi sono passate nella mente, come dei flash o come zoom dei particolari, dopo i fotomontaggi ad arte che li hanno fissati, è qui.
Che sensazione strana!
Non è timore di qualcosa che sta per avvenire (ho sempre i piedi ben piantati per terra), nè commozione (quella, forse, verrà più avanti), ma consapevolezza che tutto è reale, che posso toccarlo con mano.
È qui ed è come l’ho sempre pensato: candido  e leggero come una piuma, delicato e impalpabile come un soffio, di una semplicità ed eleganza disarmanti.
No, non lo tocco, lo sfioro semplicemente. Lo osservo, lo ammiro ancora una volta prima di chiuderlo nel suo guscio. È alto quasi il doppio di me e per un attimo mi appare come un gigante a riposo, come un’aquila che sta per spiegare le forti ali.
Lo lascio dormire ancora un po’, non è ancora il suo momento.

Mi allontano ed espiro sollevata, pensando: “Questa è fatta. Che gran liberazione!”

Fiùùù ^_^

Torno ad occuparmi del resto, visto che ho ancora una montagna di cose da fare.

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Il logo scelto per “Matera 2019″

29/07/11

Appena l’ho visto mi sono emozionata e non è poco, perchè l’emozione era uno dei punti chiave richiesti dal bando.
La selezione è avvenuta tramite il portale www.bootb.com a cui partecipano 32.000 grafici di tutto il mondo.
Non so se nel team di ConTesta che ha creato questo logo ci sia un materano, ma a mio parere gli è venuto così bene da dare l’impressione che  qualcuno lì a Fucecchio (Firenze) abbia respirato l’aria della mia terra.

Da materana nostalgica quale sono ho riconosciuto immediatamente la pianta di un complesso rupestre, lo schema dei vicinati, tutti i vuoti e tutti i pieni che rendono unica e inimitabile una città.
Da qualche ora su Facebook si accavallano i commenti, tra approvazioni e critiche: alcuni visionari come me ci vedono anche la M (in piedi e capovolta) e le cisterne per il recupero ed il riuso dell’acqua piovana che in tempi andati erano una vera risorsa. In questo simbolo è concentrata tutta l’architettura per sottrazione dei Sassi. Il contributo dell’arch. Pietro Laureano in giuria avrà avuto il suo peso in merito.

Adesso provate a far questo: unite le mani e incrociate le dita. Non somiglia anche all’intreccio unito e compatto che avete davanti?
Sì? Allora in bocca al lupo e buon lavoro, Comitato! Chissà, magari c’è anche di più di una speranza di crescita costruttiva.

Aggiornamento: 31 luglio

Immagine da L. De Rita “Il vicinato come gruppo”

Dopo il commento ricevuto sono andata a ritrovare questa immagine su uno dei libri che ho a Roma. Questo è lo schema distributivo “tipo” di un vicinato negli anni precedenti allo sfollamento dei Sassi (1952). L’immagine buffa della famiglia numerosa ed allargata, spalmata sul prorpio letto, viene subito sostituita dalla realtà vera e cruda dell’alloggio condiviso con gli animali.

Vedete voi stessi a cosa si ispira il logo.

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Le città viste a 360° in Google Earth

17/01/11

Avevo un dubbio e, come mi capita spesso, dovevo verificarlo subito al volo.  Mi serviva una misura, per accertarmi che quella a spanne che avevo in mente fosse verosimile. Il luogo in cui avrei dovuto andare con il disto laser era un pò fuori mano rispetto a Roma e quella misura non esigeva così tanta precisione. Bisognava ingegnarsi in altro modo. Così mi è venuto in mente che un aiuto veloce l’avrei avuto da Google Earth.
Poco prima di cliccare per rilasciare il righello, mi sono accorta di come la mappa si deformasse in più punti: sull’mmagine satellitare apparivano delle lenti di ingrandimento, simili ai fish-eye. Il mio mouse, da curioso  qual’è, ha lasciato perdere il righello e ha cliccato subito su uno dei cerchi, per capire quale diavoleria vi avessero aggiunto recentemente. Bene, la mia mente è stata immediatamente catapultata in un panorama sferico interattivo.

MATERA | Vista da piazza S.Pietro Caveoso

Il sito che ho scoperto si chiama … continua a leggere »

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Il 2011: un anno pieno di storie

10/01/11

Per il primo post dell’anno desidero deliziarvi con un breve video. L’idea mi frullava già da qualche settimana, ma i tempi sotto le festività natalizie sono sempre strettissimi.

L’ho realizzato con i bellissimi disegni surreali di Nicoletta Ceccoli, brillante illustratrice italiana che impreziosisce le storie di mezzo mondo con la sua arte. Le immagini scorrono sulle note di Alice’s Theme di Danny Elfman, tema tratto dal film Alice in Wonderland di Tim Burton. Non c’era colonna sonora migliore.

Augurandovi che il 2011 sia pieno di letture e di storie da raccontare… di ogni genere che vi piaccia.

Eccovi il video.

Immagine anteprima YouTube

Le illustrazioni surreali di Nicoletta Ceccoli_video di luceradente.com_2011

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Braccata dai vampiri e salvata da Goethe: ovvero Rapunzel e la padella-tazza di Goethe in giro per le spese natalizie.

20/12/10

Ho scoperto che c’è un aforisma che funziona come una formula magica: bisogna pronunciarlo uscendo da una libreria, nel caso vi trovaste improvvisamente assaliti da oscure presenze.

Cosa dice? Come si usa nello specifico? Adesso ve lo spiego.

Vedete, nelle librerie mi è sempre piaciuto riempirmi le mani e la mente, ma questo a volte può tramutarsi in una pericolosissima di Sindrome di Stendhal. Fino ieri non lo pensavo possibile, ma adesso sì.

Ero a MelBookstore, in via Nazionale. Tutto è iniziato sfogliando l’ultimo libro di Umberto Eco, Il Cimitero di Praga. … continua a leggere »

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Una scatola magica dai tasti bianchi e neri

09/12/10

A volte vedo la testiera del PC come quella di un pianoforte. Ne ho una nuova di zecca, nera e bianca, per l’appunto. Quella che avevo in precedeza l’ho messa via, non scriveva quasi più a forza di suonarla di parole. Non ho la forza di buttarla, ci sono legata perchè è stata la prima che ha visto i miei esami all’Uni. Ne avevo altre, ma per scrivere Luce Radente ho usato quella, inconsciamente.

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Roma a dicembre… l’Università e il tram 2 di via Flaminia

05/12/10

La Facoltà di Architettura di via Flaminia, con la protesta ancora in corso.

Qualcosa è cambiato. Me ne accorgo appena lasciata la macchina. Sono mesi che non vengo qui, forse anni. Il tram non passa più per via Gianturco. Auto e autobus hanno il doppio senso di marcia, sembra tutto più pulito. Perché?
In via Flaminia capisco, ma la motivazione rimane in stand-by per qualche minuto. Sono distratta da altri particolari. Eccola lì la Facoltà, la mia Facoltà di Architettura di Flaminia. Che effetto strano vederla così, con un’aria GOTICA da brividi. Una croce bianca su una bara nera accanto all’ingresso, le candele, candelotti e lumini rubati al Cimitero del Verano. Ci sono i manifesti della protesta e la protesta stessa, che alle 21:00 di sabato sera è ancora in corso nell’atrio e forse durerà ad oltranza. L’Università è morta e forse anche una parte infinitesima di me, che quasi non riconosce più quella strada, pulita, larga, troppo pulita e troppo larga.

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Devo creder falsa la mia vera vista?

27/11/10

Perché devo creder falsa la mia vera vista,
e giurar che non è luce a illuminare il giorno?

(W. Shakespeare – Sonetto CL)

Cit. in LUCE, Parte I di Luce Radente

Spesso gli occhi irretiscono la ragione ed essa porta il cuore a crederci. L’istinto non mente.

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