L’arte invisibile negli Alquerque e nei Petroglifi inediti della Basilica di S. Sabino e del Mausoleo di Boemondo a Canosa di Puglia

16/11/16

Le ricerche, i testi e le immagini pubblicate in questo articolo sono dell’architetto Sabrina Centonze, che se ne riserva i diritti. Per estrapolazioni anche parziali si richiede la citazione della fonte.

Canosa di Puglia è tra le città più ricche di testimonianze archeologico-architettoniche stratificate nel corso dei secoli, dai basolati romani che affiorano durante gli scavi per le fondazioni contemporanee, alle tombe ipogee daunie e alle catacombe, alle basiliche paleocristiane edificate sui resti di templi ellenistici, fino alle cave sotterranee di calcarenite di epoca sempre più recente che spesso celano camere segrete mai dichiarate. Su questi elementi, come spesso accade,è stata edificata la storia moderna del centro urbano, si sono rimaneggiate le piante, le facciate delle chiese, impiegando anche il materiale di spoglio disponibile nei siti dichiarati archeologici solo in epoca recente.
In Puglia giunge il fascio di strade di alcune delle Peregrinationes Maiores, le vie solcate dai pellegrini sin dal periodo medievale: la via Francigena (o via Romea) dopo Roma si intreccia con la Regina Viarum, la consolare Appia Antica e lambisce Canosa con la diramazione Traiana, per poi proseguire verso Brindisi poco a ridosso della costa, dov’erano dislocati diversi porti da cui si poteva salpare per la Terrasanta. Siamo nell’area appena a sud di Monte San’Angelo sul Gargano, sede della Sacra Grotta di San Michele. Con l’arrivo dei Longobardi, il santo inizialmente psicopompo (che accompagna le anime nell’aldilà) e taumaturgo (guaritore, legato alla sacra Stilla) veste i panni del Guerriero di Dio protettore del Regno e incarna così, nell’ideale religioso, l’elemento essenziale per la coesione politica. Dunque da Benevento, termina qui anche la via Sacra Langobardorum e passa una tappa fondamentale della “linea sacra di San Michele”, la  retta ideale che unisce i maggiori Santuari dedicati all’Arcangelo, da Mont Saint-Michel a Gerusalemme.


Ed è proprio nel contesto longobardo dei secoli VII-VIII che la Basilica originaria si inserisce,  dedicata inizialmente  ai Santi Giovanni e Paolo. A quel tempo si stava per abbandonare la fatiscente Cattedrale  di S. Pietro, situata fuori le mura, che conteneva le spoglie del Santo Vescovo Sabino. Come racconta il Bolland: “…il sacro corpo fu traslato alla nuova Cattedrale distante mille passi e illuminato di notte dalla luce celeste….” Una lapide nella Cripta ne attesta ancora la deposizione da parte del Vescovo Pietro. Le fonti, inoltre, non sono concordi sulla seconda traslazione delle reliquie a Bari, nella Cattedrale omonima, tuttavia sembrano propendere per la permanenza a Canosa. Nel 1101 la Basilica fu intitolata a San Sabino Vescovo.

Vi sono molti elementi decorativi legati all’arte romanico-normanna, come l’Ambone di marmo del XI secolo su colonne ottagonali, con aquila che sostiene il leggio. L’opera è a firma dell’arcidiacono Acceptus, il cui segno plastico si riconosce anche in molti elementi della Grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo e a Santa Maria di Siponto  e fanno comprendere l’entità della Bottega dell’artista in area garganica.
Nell’abside della chiesa è collocato il Seggio del Vescovo Ursone (1080-1089), realizzato da Romualdo come una struttura retta da elefanti, finemente decorata con elementi vegetali e zoomorfi quali aquile, protomi leonine, grifi e sfingi.

Potete visionare la Basilica nella sua interezza nei rilievi laser scanner di Archimeter s.r.l. e nel VIRTUAL TOUR , dove le stazioni presenti in alto nella pianta, vi permetteranno di visitare i vari ambienti.

La sacralità della Basilica fu uno dei motivi che attrassero l’attenzione dei Normanni Altavilla, i quali dopo il 1111 con Roberto il Guiscardo, eressero  in adiacenza al fianco destro della costruzione, il Mausoleo del Principe Boemondo I di Antiochia, capo dell’esercito normanno nella Prima Crociata indetta da Papa Urbano II.
Il Sacello è l’immagine a scala ridotta del Santo Sepolcro di Gerusalemme: a pianta quadrata con lesene corinzie e absidato sul fianco destro, se consideriamo la facciata d’ingresso come principale; in alto, un tronco di piramide raccorda la base al tamburo ottagonale, incorniciato da colonnine che reggono una cupoletta emisferica. Rivestito interamente in marmo, il Mausoleo presenta delle iscrizioni nel fregio superiore, che insieme a quelle del Portone bronzeo (in situ copia dell’originale), sono volte ad esaltare la figura di Boemondo, con le parole volute dalla madre  Alberada di Buonalbergo, sepolta nel sacrario dei primi Altavilla presso la SS. Trinità di Venosa. Per i più curiosi, le iscrizioni sono analizzate in questo testo.

Le decorazioni di gusto orientale, nella parte sommitale del Sacello,  trovano massima espressione nel Portone bronzeo, con i due battenti asimmetrici realizzati da Ruggero di Melfi. Il lato sinistro appare a fusione unica ed è decorato con una cornice a palmette e con tre medaglioni circolari posti l’uno sull’altro, di cui il centrale con la maniglia a protome leonina e quello in basso con in Fiore della Vita. Il battente destro è quadripartito e si differenzia per la presenza, oltre a due dischi, di figure incise con panneggio sulle vesti. Tutti i medaglioni di sinistra sono circondati da sinuosi  caratteri pseudo-cufici, mentre quelli a destra hanno geometrie arabeggianti simili a quelle che riscontriamo negli azulejos andalusi.

Questo linguaggio ibrido è frutto dell’apertura dei confini a Oriente nel periodo delle Crociate e della fusione religioso-culturale che i Normanni attuarono nel Regno di Sicilia.

I petroglifi inediti del Mausoleo di Boemondo

Al primo sguardo si evince che le lastre verticali del rivestimento in marmo del Sacello sono lisce, chiare e leggermente venate di grigio. In rari punti sono riscontrabili dei segni poco profondi che ritraggono profili e vaghe iniziali.
Un primo sguardo alla luce diffusa in occasione di un sopralluogo la mattina del 12 novembre 2016 ha evidenziato poche tracce impercettibili, sufficienti a costituire un indizio. L’analisi approfondita è stata eseguita nel pomeriggio con una illuminazione più confacente ed ha fatto emergere interessanti petroglifi che rientrano nelle espressioni spontanee del linguaggio esoterico (inteso nel senso stretto del termine, conoscenza per pochi) dei pellegrini, che si riscontrano in alcune zone legate alle rotte verso la Terrasanta, nonché lungo i percorsi michaelici, soprattutto in area garganica. Nella ricerca relativa alle espressioni dell’“arte trasparente”, ci sono spesso delle regole e delle tipologie ricorrenti, che in questo lembo di Puglia non potevano risparmiare la Basilica di S. Sabino.

I tratti delle incisioni sono davvero leggerissimi, quasi impercettibili e si trovano soprattutto sul fianco sinistro del Sacello, che si raggiunge dall’uscita dal transetto Sud della Basilica. Come sempre in questi casi, le “mani” ed i tempi di realizzazione si sovrappongono e si confondono, creando uno scenario piuttosto confuso. Ai disegni estemporanei non si può chiedere la chiarezza narrativa di un progetto voluto da un mastro scalpellino. Quasi sempre dobbiamo leggere figure slegate tra loro e coglierle nel loro minimalismo eseguito però con preciso intento allegorico.

Ne sono esempio le Croci Ricrociate e Potenziate sul Golgota sovrapposte a figure di volatili simili ad un Pellicano (Cristo che si immola per la salvezza degli uomini), ad un Grande Pavone, (la resurrezione e dunque l’immortalità) o ancora lo zig-zag acquatico e il Pesce con squame, ovveroIchthýs in latino o Iχθύς in greco, simbolo del Cristo da traslitterazione: Ιησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ – Iesùs Christòs Theù Hyiòs Sotèr - Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Accanto a segni leggerissimi troviamo rari profili e figure tracciate in profondità. Nell’arte sacra infatti, a partire dal periodo di persecuzione religiosa in cui nacquero le catacombe, si diffuse presto un codex di segni, sovente connessi al mondo animale, al fine di indicare ai seguaci in modo velato concetti legati al Cristo, nonché per segnalare i luoghi in cui si poteva professare al sicuro la religione cristiana.

L’IMBARCAZIONE DEI “PALMIERI”
Una serie di curve a mezza luna riportano ad almeno tre imbarcazioni con lo scafo in fasciame di legno. La prima che incontriamo è formalmente quasi una zattera, con due uomini in piedi, frontali, in una posizione innaturale che vede le braccia aperte come se si trattasse di soggetti crocifissi. Ci accorgiamo poi che si tratta di una nave in quanto accoglie un terzo uomo centrale di vedetta su un albero maestro, anch’egli con le braccia aperte a guisa di croce.

I simboli hanno letture soggettive e mai univoche, comunque sempre legate al contesto. Le imbarcazioni su un Mausoleo funebre alludono al viaggio dell’anima, hanno sempre un albero maestro crucigero in qualche modo, qualcuna ha delle vele spiegate, ma in particolare la prima nave simula anche qualcosa di diverso, ovvero la  crocifissione di Cristo e dei due ladroni sul Golgota. Questa spedizione inoltre, sembra palesarsi come quella di pellegrini Palmieri, in quanto tutti gli occupanti della nave portano sul capo la Palma di Gerico, richiamando alla mente i versi di Dante Alighieri nella Vita Nova:  “…chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma…

Oltre alle Navi sono presenti Fiori della Vita e Stemmi poco dettagliati, in cui difficilmente possiamo riconoscere un’arma specifica e dunque il casato del pellegrino di passaggio che ha voluto imprimere la propria presenza nel luogo. Uno di questi presenta una sbarra scaccata (simile alla fascia a scacchi del Blasone degli Altavilla, ma inversa) a dividere due stelle; un altro stemma in miniatura si trova all’interno del Mausoleo, in alto a destra rispetto all’ingresso, accanto all’unica incisione che riporti una datazione certa, ovvero l’anno 1543.
Possiamo quindi affermare che questi graffiti sono almeno cinquecenteschi. Alcuni potrebbero essere precedenti, altri successivi, ma non abbiamo altri dati per sostenerlo.

GLI ALQUERQUE DEL MAUSOLEO
Davvero poco percepibile risulta il primo esemplare di Alquerque, bellissimo e piuttosto regolare, non più grande del palmo di una mano. Colui che lo ha realizzato ha eseguito dapprima le coppelle con un punteruolo, al fine di dare regolarità a disegno e per scandire i rapporti tra moduli, ha poi dato enfasi ai quadrati piuttosto che alle linee diagonali, quasi a voler rimarcare l’essenza terrena del Centro Sacro, o Tris dalla cui combinazione l’Alquerque deriva. Poco sotto al primo è presente un secondo Alquerque irregolare e contiamo un terzo esemplare molto simile ad una Scacchiera di diagonali su una lesena accanto all’ingresso al Mausoleo.

Per definire un certo tipo di simboli si usa il linguaggio dei giochi da tavolo, ovvero delle tabulae lusoriae molto in uso in epoca romana, giochi a pedine con i quali questi segni condividono la rappresentazione grafica, ma quasi mai la funzione.

Dal medioevo in poi, soprattutto dopo le Crociate, cominciano a riapparire simboli usati da culture antiche, soprattutto orientali. L’Alquerque si presenta con il nome di el-qirkat nel Kitab el-aghani, in un manoscritto arabo del X secolo; è citato anche nel XIII secolo nel Libro de los juegos di Alfonso X il Saggio. Chiaramente quando vediamo schemi di gioco tracciati in verticale su pietre che in nessun modo possono essere state di reimpiego da altri siti, essi perdono automaticamente qualunque funzione ludica ed assumono una valenza allegorica.
Il 16 ottobre 2016, durante la Giornata del FAI d’Autunno a Matera, nell’ipogeo rupestre al di sotto Palazzo Lanfranchi riportato da alcune fonti come S. Nicola alla Cupa, è stato rinvenuto un altro Alquerque inedito, sempre inciso in verticale nella calcarenite e di grande dimensione, quindi sicuramente più visibile di quelli del Mausoleo di Boemondo.  L’iconografia degli affreschi lascerebbe ipotizzare che l’ipogeo fosse una cappella funeraria collegata ad altre sepolture della zona.
Caratteristiche simili si riscontrano spesso in ambienti sacri frequentati da ceti nobiliari a cui il tema sacro-esoterico è sempre risultato molto caro e da esponenti dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, poi diventato Ordine dei Cavalieri di Malta. Nell’ottobe scorso, infatti, ho rilevato nella Basilica romana dei SS. Quattro Coronati una lastra tombale con sovrapposta Scacchiera realizzata con un leggero tratto graffito che l’ha resa pressoché invisibile.
Ancora a Matera, nella chiesa di S. Francesco d’Assisi, la pavimentazione della cappella Malvinni Malvezzi dei Duchi di Santa Candida ha le formelle di maiolica dipinte come un di Tris bianco e nero, disposte a formare un ampio Alquerque ; troviamo inoltre un mosaico di tessere bicolori che rappresenta vagamente un Filetto o meglio una Triplice Cinta Sacra se la intendiamo nel senso simbolico che la famiglia ha voluto imprimervi, ovvero il percorso labirintico che conduce alla redenzione, alla Gerusalemme Celeste.

Sul lato dell’ingresso al Mausoleo di Boemondo è tracciato, sempre con un segno impercettibile, il contorno della Mano del Pellegrino, un elemento ricorrente lungo il percorso micaelico, soprattutto presso il Santuario dell’Arcangelo sul Gargano.
Sul fianco destro del Sacello in alto, poco prima dell’abside, si rileva un Nodo di Salomone non del tutto completo. Non sempre questi Nodi sono stati terminati, in quanto di non semplice esecuzione, soprattutto in un intreccio a cinque fasci, che da 3  elementi in su è proporzionale alla sacralità di un luogo.  Il Nodo di Salomone coniuga l’elemento croce-svastica con il movimento ciclico a spirale dei simboli solari e delinea anch’esso un Centro Sacro.

Personalmente credo che il Mausoleo di Boemondo d’Altavilla abbia attirato nel tempo i pellegrini, non solo in quanto situato accanto alla tomba del Santo Vescovo Sabino – che seppur vuota dall’ 872, è sempre da considerare “reliquia da contatto” (di III-IV classe a seconda di come venne deposto il corpo del Santo) - ma soprattutto perché, per la forma a cui si ispira il Sacello, è  in connessione diretta con il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Queste valenze intesero dunque i pellegrini.

I CONCI DELLA FACCIATA DI SANTA CATERINA
A Canosa
è presente anche un altro sito con petroglifi assimilabili ai tracciati di pellegrinaggio, di cui il prof. Francesco Paolo Maulucci, della Sovrintendenza Archeologia della Puglia e la prof.ssa Angela di Gioia hanno largamente parlato. Una formella inglobata all’esterno della facciata della Chiesa di Santa Caterina riporta un Alquerque, una Triplice Cinta e un segno simile ad un Compasso, insieme ad un Orticolo centrale (foro della lastra) da cui parte un prolungamento orizzontale in direzione sinistra. In un secondo concio appare incisa una figura quadrata incompleta. Non sappiamo con certezza se questi conci siano sempre stati lì in facciata o siano elementi di riuso dell’Hospitale per pellegrini di cui oggi non rimane più nulla, ma possiamo dire che mantengono la memoria di un luogo di sosta prima della tappa successiva, presumibilmente l’Hospitale annesso alla Basilica del Santo Sepolcro di Barletta.

I Graffiti e gli Stemmi della Porta Santa della Basilica di San Sabino

All’apertura della Porta Santa per il Giubileo Straordinario promosso da Papa Francesco, sono stati rilevati altri graffiti sugli stipiti in marmo. Qui abbiamo due datazioni, di cui la più antica è 1742 e l’altra presumibilmente 1805. Tra i petroglifi evidenziamo due Stemmi araldici piuttosto stilizzati, con Fleur de Lys, o gigli francesi e banda, i quali se confrontati con lo stemma di Canosa di Puglia scolpito su una lastra litica esposta nella Villa Comunale accanto alla Basilica, è riconducibile al Principe di Taranto Filippo I d’Angiò prima e dopo l’unione con Caterina II di Valois-Courtenay, titolare dell’Impero Latino di Costantinopoli.

Nell’intradosso dello stipite sinistro troviamo una Croce sul Golgota e ancora all’esterno, figure di animali e volti, scacchiere, losanghe, pentalfa e uno scudo inciso a grafite con un sole raggiante dal volto umano.


Alla luce di queste piccole-grandi scoperte, sembra quasi che l’apertura e la chiusura della Porta Santa nel 2016,  abbiano voluto riconsegnare alla città di Canosa testimonianze sostanziali in merito alla posizione che essa occupava nelle rotte dei pellegrinaggi, dal medioevo fino a qualche secolo fa.

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La chiesa di S. Giovanni Battista a Matera tra religiose velate e verità celate

16/11/12

Un film di Ridley Scott e una citazione di Assassin’s Creed sono stati gli elementi che hanno bussato alla mia porta nelle ultime ore, sollecitandomi a pubblicare questo post che aspettava da giorni le sue belle immagini, così ho voluto dedicarvi qualche riga di Storia legata alle Crociate … con finale a sorpresa che merita un po’ di attenzione.

Il Robin Hood di Ridley Scott (2010) si attiene abbastanza fedelmente ai fatti storici rispetto alle precedenti pellicole che ritraggono il leggendario fuorilegge inglese e prende inizio dal ritorno in patria di Riccardo I  Cuor di Leone, che, ironia della sorte, dopo aver passato dieci anni a combattere la Terza Crociata muore sotto l’assedio del castello di Châlus, in Francia …a due passi da casa.
Poco prima nel 1191 i Re europei Riccardo I d’Inghilterra, Filippo II di Francia e Leopoldo d’Austria avevano unito gli eserciti a quello di Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme per la riconquista di San Giovanni d’Acri (in Palestina) da parte dei cristiani, sottraendola a Saladino.
L’assedio di Acri, interrotto con una tregua di un secolo fino alla sua definitiva caduta nel 1291, tempo in cui la città rimase capitale del Regno, viene ricordato come una delle più sanguinose carneficine tra cristiani e musulmani di tutti i tempi.

Emile Bertaux (L’art dans l’Italie méridionale…) riferisce che durante la spedizione a Cipro e in Siria (Sesta Crociata) Federico II portò con sé dal convento della Santa Maddalena le monache note come “Penitenti di Accon”, comunità religiosa dell’ordine Cistercense proveniente in origine dalla Francia centrale (Abbazia di Cîteaux, Borgogna)

Bene, Accon in arabo non è altro che Acri, San Giovanni d’Acri.

Le Penitenti arrivarono a Matera nel 1230 (o ancora prima nel 1215) con il vescovo Andrea, si stabilirono momentaneamente nel complesso rupestre della Madonna delle Virtù in attesa dell’ultimazione  del nuovo convento presso Santa Maria la Nova ai Foggiali, la cappella che era stata loro donata. Loro decisero di ampliarla costruendo una nuova chiesa che sarà terminata nel 1236.

A quel punto Santa Maria la Nova è la prima chiesa del Piano (al di sopra dei Sassi) ad essere eretta fuori le mura cittadine, motivo per cui dopo due secoli le religiose la lasceranno per un luogo più protetto (il monastero dell’Annunziata alla Civita).

Per altri due secoli la chiesa versa in stato di estremo degrado, finché Monsignor del Ryos dispose nel 1695 di trasferirvi la parrocchia S. Giovanni Battista dal Sasso Barisano, abbandonando la rupestre S. Giovanni Vecchio.

Ho passato buona parte della mia infanzia giocando in un raggio d’azione che andava dalla chiesa di San Biagio a quella di San Giovanni passando per la fontana situata appena sopra l’Hotel Sassi, in via San Rocco; ho vissuto il piazzale di San Giovanni quando era una distesa di auto parcheggiate fin sul sagrato, con i cedimenti della pavimentazione dovuti ad una piccola necropoli scavata secondo l’uso dei cristiani di seppellire i defunti nei pressi di un luogo sacro, ma è stato negli anni dell’Università che ho iniziato a guardare quell’opera romanica con occhi diversi, apprezzandone il portale, i bellissimi capitelli, i matronei su mensole e le crociere a costoloni, benedicendo tante volte Monsignor Morelli che nel 1926 ha rimosso le superfetazioni barocche che coprivano i conci di tufo e tutte le superfici porose che ancora oggi portano la patina del tempo.

Ero abituata, come tutti i materani ed i turisti, a considerare la Chiesa di San Giovanni Battista come appare oggi, con il bel portale strombato sotto l’edicola del Santo, gli archetti, le campane e l’arco esterno del matroneo decorato da elefanti. È noto che i luoghi di culto nascono sull’asse del percorso solare, con accesso da Est per i templi pagani e da Ovest per quelli di fede cristiana e che molti, come la Cattedrale, possiedono anche un doppio ingresso oltre a quello principale.  Stranamente questo ne ha uno solo che dà direttamente in una delle navate secondarie, facendoci trovare l’abside a destra.

Perché nel 1230 avrebbero dovuto edificare un impianto così singolare, da risultare scomodo per le funzioni (tanto da necessitare negli anni ‘70 persino un accesso dall’abside, poi fortunatamente tamponato) quando nella zona dei Foggiali c’era tanto spazio? La piccola cappella non doveva essere poi così vincolante!

In realtà “Santa Maria la Nova” venne costruita a regola d’arte da maestranze che possedevano le alte tecniche costruttive e decorative acquisite dallo stile romanico europeo anche grazie ai rapporti con la Terrasanta, una fusione che sfociò poi nella verticalità gotico.

La risposta è in un segno sul lato cieco della navata principale, in quello che sembra essere un arco di scarico dietro il confessionale.

Il vero ingresso della chiesa è celato all’interno del corpo di fabbrica attiguo, nato nel 1610 come Ospedale di San Rocco e riconvertito prima in Carcere e successivamente in sede della Croce Rossa, come io lo ricordo. L’edificio è rimasto chiuso per decenni prima degli attuali restauri, grazie ai quali ho potuto  vedere l’ampia corte interna che lo divide dalla chiesa tramite un’intercapedine, la quale è preceduta da un pronao semicircolare di gusto barocco che appare una copia in scala di quello realizzato da Pietro da Cortona a Santa Maria della Pace, a Roma, nel 1656-59. Dietro questa quinta muraria si esprime l’identità di San Giovanni-Santa Maria la Nova: una facciata piuttosto semplice, delineata da una copertura a capanna che svetta al centro per la notevole differenza di quota tra le navate laterali e quella principale.

Al contrario della facciata conosciuta, consolidata e mantenuta nel tempo,  nonostante il cuci-e-scuci sul tufo questa porta considerevoli segni di rimaneggiamenti e ripensamenti, come le due cicatrici  verticali tra il rosone e il portale, lasciate forse da lesene o da un’edicola. Nell’eliminare intonaco e stucchi che ricoprivano le volte e i capitelli interni fino al 1926, Monsignor Morelli ripristinò la grandezza originale delle monofore. Tra le  ricuciture delle finestre le colonnine angolari ed alcune decorazioni sono andate perse irrimediabilmente e oggi si leggono solo grazie all’abbozzo dei capitelli. L’ingresso odierno non è che una nicchia di un lezioso teatrino, semi-affrescata da un motivo da carta da parati sotto lo splendido decoro ad intreccio originale.

A parte questo, l’immagine complessiva che ne viene fuori differenzia nettamente questa chiesa dalle coeve San Domenico e Cattedrale e la lega invece di più alle Cattedrali di Ruvo di Puglia, di Conversano e San Sabino di Bari, solo per citarne alcune.

Per la posizione di Matera in Terra d’Otranto (fino al 1663) e per la provenienza della manodopera, i dettagli di San Giovanni risultano un romanico ibrido cistercense-pugliese e ricordano a tratti,  a scala inferiore, gli interni dell’abbazia di San Galgano.

Queste influenze architettoniche sono la vera conquista, forse l’unica, delle Crociate.

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Roma e Matera gemellate da uno stemma araldico

09/10/12

Qualche settimana fa ho ricevuto l’invito per un incontro presso il Laterano a Roma, prima di una cerimonia che si sarebbe tenuta il giorno successivo nella Basilica di San Giovanni. Il luogo che ci ha accolti è la Sala della Musica del Palazzo dei Canonici, che insiste su un’area alle spalle della Basilica sotto la giurisdizione della Santa Sede (Patti Lateranensi), alla quale è possibile accedere solo se autorizzati.

Nel 2001 ho imparato a conoscere ogni centimetro della zona antistante, letteralmente, quando ho eseguito il rilevamento architettonico del Battistero Lateranense, il gioiello ottagonale elevato su resti di Terme romane che utilizza elementi di di spoglio (colonne di porfido, capitelli, una splendida architrave scolpita) per cingere in modo anulare la vasca battesimale.
Il Laterano è sempre stato un luogo a cui tengo, per il forte senso di sacralità e storia che infonde già al primo sguardo. Ora ho un motivo in più per amarlo.

La Sala della Musica del Palazzo dei Canonici ospita spesso conferenze ed incontri, ma davvero pochi ospiti avranno fatto caso ad un particolare molto piccolo che si perde nelle dimensioni della Sala, nell’angolo di un‘enorme tela che lo contiene a mò di firma e dedica da parte del committente.
Mi è capitato spesso di visionare stemmi araldici ma quello minuscolo in quel punto della Sala sembrava così familiare, che sembrava quasi chiamarmi!

Ero seduta lontano e ho dovuto aguzzare più volte lo sguardo, incuriosita dalla somiglianza con una certa arma rosso e blu, con una fascia dorata, un lambello e con quello stesso cuneo sommitale che la mia mente assimilava ad un elmo e ad un cinghiale. Quanti stemmi avrebbero potuto essere così simili a quello che avevo in mente? Intuivo cosa poteva essere, ne ero quasi certa, ma sono sempre portata a confutare più volte tesi ed intuizioni. Tendevano a depistarmi il contesto romano, la scena ambientata in una basilica di stampo bizantino-ravennate ed altri elementi che mi portavano ad escludere collegamenti più semplici e diretti tra i Malvinni Malvezzi, una delle famiglie nobili di Matera e il clero romano. Cercavo quindi di ricordare la posizione dell’aquila nello stemma del ramo bolognese e se questo fosse o meno bipartito. Ad ogni modo un elemento differenziava certamente i due stemmi, ovvero i tre puntini inferiori che potevano essere unicamente tre croci ottagone dell’Ordine di Malta. A quel punto la somiglianza dei colori e degli elementi non erano più uno scherzo della mente, anzi, prendevano incredibilmente il corpo e la forma di un piccolo grande ritrovamento.
La famiglia materana Malvinni infatti, dopo il riconoscimento ufficiale della discendenza dai nobili bolognesi Malvezzi, ottenne il ducato di Santa Candida e si fregiò del titolo dal 1734; per sancire l’unione e rimarcare ulteriormente la nobile discendenza, volle creare una nuova arma, derivandola dalla fusione di due metà, quella inferiore con le tre croci ricrociate dei Malvinni e quella superiore con fascia, aquila e lambello dei Malvezzi.  Le tre croci ricrociate diventarono croci ottagone quando i Malvinni Malvezzi entrarono nell’Ordine di Malta.

Visto da vicino, lo stemma della tela, diventa indiscutibilmente un anello di congiunzione tra la parete del Laterano e la volta dell’atrio di Palazzo dei Malvinni Malvezzi dei Duchi di Santa Candida in Piazza Duomo, a Matera, dove lo troviamo identico nell’affresco della volta dell’atrio d’ingresso.

Dunque uno dei religiosi della famiglia o meglio un Canonico Lateranense, come riporta l’epigrafe, lasciò segno del proprio passaggio al Laterano donando la tela al Papa.

Purtroppo al momento non è dato risalire con certezza alla donazione. Sia l’elmo che la testa di cinghiale presenti più volte nel Palazzo materano, ma non nelle raffigurazioni più antiche, lasciano pensare che il quadro risalga a Giulio Malvinni Malvezzi(† 1928) membro del clero Romano che affiancò Papa Leone XIII. Dopo di lui, Luigi († 1953) risulta essere stato Cameriere Segreto di Sua Santità.

Se volete vedere lo stemma dei  Malvinni Malvezzi a Matera,  in attesa della fine dei restauri conservativi del Palazzo che è proprietà della Provincia dal 1960, dovete accontentarvi di ammirarlo dall’esterno del sopraluce del portone in legno. Consiglio anche un giro virtuale sul sito www.muvmatera.it in cui troverete diverse foto d’epoca.

foto di Francesco Fossanova pubblicata su www.muvmatera.it
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Il liquido nell’ampolla

26/06/12

Ho avuto fortuna nel trovare l’idea in una fonte. Un regalo inaspettato, che come una vena d’acqua è sfociata improvvisamente in un rivolo. Non sapevo da dove provenisse e perché avesse deciso di sgorgare proprio in quel momento. Decisi di raccogliere il liquido in un’ampolla di vetro trasparente: era chiaro e leggero tra le mie mani, ma potevo sentirlo pulsare, forte e caldo come un umore che mi era sempre appartenuto.

Portai l’ampolla alla luce, provando a guardare il mondo attraverso quel liquido che si faceva sempre più denso. Nel farlo, rovesciai per caso alcune gocce sui fogli bianchi che avevo con me e riportai immediatamente l’ampolla in verticale. La carta assorbì le gocce in fretta, avidamente, mentre quelle che trattenni all’imboccatura, nel tornare nel liquido lo tinsero di un tono rossastro che per un po’ stentò a sciogliersi e a mischiarsi completamente con il resto.
Mi accorsi dopo che anche le pagine avevano assunto lo stesso colore, sempre più intenso.  Rosso sangue, rubino, poi rosso vino.

“Anche un vino novello a contatto con l’aria può rovinarsi”, pensai, temendo che al liquido dell’ampolla potesse accadere lo stesso. Intanto premevo la mano per impedire all’aria di entrarvi. Dopo un pò il liquido tornò un chiaro, ma più fluido, lattiginoso: il vortice innescato dalle gocce era sempre in movimento, a volte sembrava risucchiare il palmo, altre volte tentava di allontanarlo. Sembrava dirmi: “Non mi puoi imbrigliare, non mi puoi soffocare! Non puoi impedirmi di uscire, se voglio!”
Era vivo, davvero.

Ad un tratto ho scostato la mano, lasciando il flusso libero di scorrere come e quando vuole. Con la stessa forza indipendente che lo anima, decide o meno di colorarsi di nero o di rosso e si concede di venarsi appena di rosa, a volte, ma mai senza qualche spina…
Da allora se vuol disegnare arabeschi intricati, predilige le pergamene d’annata. Per regalare emozioni invece sceglie quelle rare e speciali, ma non disdegna e non dimentica di fissarsi anche sulla comune cellulosa.

Ho scoperto che all’aria non si ossida, né scolora.

Ho temuto di perdere freschezza nel dover rincorrere commenti e messaggi, nel dover contare le righe per non annoiare qualcuno. Ho sperimentato l’aridità che spesso si nasconde dietro i social networks…

Chi è arrivato qui in fondo saprà che ho deciso da tempo di lasciar perdere la caccia ai blog . Ci ho provato con due siti, in ambiti diversi, eppure paralleli. Porte e finestre sono sempre aperte, il  lettore se vuole può commentare, tornare o andare via per sempre…
E saprà che ho lasciato che il blog e il libro si prendessero il loro tempo, che poi, di riflesso, è anche il mio.

Ora vedremo cosa deciderà l’ampolla.
Su di lei ho poca influenza.

Dovrò  ristrutturare questo spazio, prima o poi…

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Il logo scelto per “Matera 2019″

29/07/11

Appena l’ho visto mi sono emozionata e non è poco, perchè l’emozione era uno dei punti chiave richiesti dal bando.
La selezione è avvenuta tramite il portale www.bootb.com a cui partecipano 32.000 grafici di tutto il mondo.
Non so se nel team di ConTesta che ha creato questo logo ci sia un materano, ma a mio parere gli è venuto così bene da dare l’impressione che  qualcuno lì a Fucecchio (Firenze) abbia respirato l’aria della mia terra.

Da materana nostalgica quale sono ho riconosciuto immediatamente la pianta di un complesso rupestre, lo schema dei vicinati, tutti i vuoti e tutti i pieni che rendono unica e inimitabile una città.
Da qualche ora su Facebook si accavallano i commenti, tra approvazioni e critiche: alcuni visionari come me ci vedono anche la M (in piedi e capovolta) e le cisterne per il recupero ed il riuso dell’acqua piovana che in tempi andati erano una vera risorsa. In questo simbolo è concentrata tutta l’architettura per sottrazione dei Sassi. Il contributo dell’arch. Pietro Laureano in giuria avrà avuto il suo peso in merito.

Adesso provate a far questo: unite le mani e incrociate le dita. Non somiglia anche all’intreccio unito e compatto che avete davanti?
Sì? Allora in bocca al lupo e buon lavoro, Comitato! Chissà, magari c’è anche di più di una speranza di crescita costruttiva.

Aggiornamento: 31 luglio

Immagine da L. De Rita “Il vicinato come gruppo”

Dopo il commento ricevuto sono andata a ritrovare questa immagine su uno dei libri che ho a Roma. Questo è lo schema distributivo “tipo” di un vicinato negli anni precedenti allo sfollamento dei Sassi (1952). L’immagine buffa della famiglia numerosa ed allargata, spalmata sul prorpio letto, viene subito sostituita dalla realtà vera e cruda dell’alloggio condiviso con gli animali.

Vedete voi stessi a cosa si ispira il logo.

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LUCE, OMBRA e CHIAROSCURO

16/11/10
Il tempo vola… è il titolo di uno dei capitoli centrali di Luce Radente. Parole sagge. L’ultimo post risale a più di un mese fa.
Quando scrivi un libro, quando inizi senza sapere bene cosa stai scrivendo e poi vedi che si trasforma e diventa qualcosa di davvero speciale tra le tue mani… quando lo riconosci come il tuo diamante grezzo, il tuo tempo (che non è mai abbastanza) viene completamente assorbito dalle sue pagine.
Oggi vi racconto cosa (ho imparato che) accade quando si scrive un libro più o meno complesso: ci sono una serie di livelli.
All’inizio è una bozza. Quando hai una bozza pensi di essere già alla fine. Niente di più falso… Falsissimo… Ma tu, purtroppo, ancora non lo sai!
Ogni volta che la correggi, ogni volta che la leggi, muta: dimagrisce e poi si accresce … una specie di bulimia letteraria! Parti con la tua storia “semplice” (non lo è mai) e alla fine si evolve così tanto che la prima volta ti occupi di far tornare tutto. Se è un romanzo legato a fatti storici e a luoghi reali, la seconda volta cerchi di far combaciare tutte le date per renderlo realistico quanto desideri, la terza magari ti concentri sui personaggi principali e secondari, ne approfondisci la psicologia, le emozioni… quelle che danno a te (che sai quello che succede alla fine) e quelle che devi trasmettere agli altri (che non sanno ancora in quante peripezie inciamperanno).
Qualcuno che mi sta vicino la chiama “Tela di Penelope”: è più o meno quella, ma questa mia tela, tessuta con un filo di preziosa lucidità e secondo una trama elaborata, è diventata qualcosa di straordinario.

Sono molto soddisfatta di quello che è in questo momento Luce Radente: un romanzo che si articola in un arco temporale di circa due mesi, suddiviso in tre parti. LUCE, OMBRA e CHIAROSCURO, seguono le evoluzioni della storia, sono i percorsi tra luce e ombra dei personaggi principali; è un romanzo, che definisco “giallo storico-archeologico con tanta suspance”, che aderisce in modo così mimetico a luoghi e ad avvenimenti, che ho quasi l’impressione che quelle vicende accadano davvero!

Ringrazio le tre/quattro persone che lo stanno ancora leggendo: le due che parlano francese sicuramente meglio di me, quella con cui ho un rapporto bellicoso/costruttivo e quella che mi aiuta con l’idioma perugino e sa come adulare una scrittrice emergente con complimenti del tipo: “hai un modo di scrivere molto interessante, a mio parere, fluido e di suspense” (Grazie V. è esattamente quello che avevo in mente di fare.)
La quinta, la mia Fatina del Té, attende ancora di leggerlo… arriva, arriva… Last but not least. Tu sei la mia prova del nove.
Grazie a tutti i LuceRadenteDipendenti,
Sabrina.

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Ecco le foto delle 3 Escursioni del mese di maggio 2010

01/06/10
Tra un capitolo ed una correzione sono riuscita finalmente a caricare le immagini delle 3 Escursioni che abbiamo fatto insieme nel mese di maggio nel Parco della Murgia.
Ringrazio ancora tutti coloro che hanno condiviso con me questa esperienza, tra risate, sorprese e stupore.

Le foto si riferiscono ai Complessi Rupestri di Cristo la Selva, Villaggio Saraceno, al Villaggio Neolitico di Murgia Timone, alla Madonna del Giglio, Masseria Irene, Sant’Andrea, Cripta della scaletta, l’asceterio e la Chiesa della Madonna della Loe, nonchè alla rarissima orchidea catalogata come Ophrys mateolana (ofride di Matera)

Le foto si possono sfogliare ed ingrandire, gli amici di Facebook le  possono trovare anche sulla pagina dedicata a Luce Radente.


FlippingBook WordPress Gallery

Le foto sono di Antonio Castelluccio e Sabrina Centonze

Per i commenti vi rimando ai link :

http://www.luceradente.com/2010/05/01/grazie-a-tutti/#comments

http://www.luceradente.com/2010/05/13/terza-escursione-domenica-16-maggio-2010-il-vallone-della-loe/#comments

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MACRO e MAXXI: Roma apre al futuro

30/05/10
Roma allarga i suoi orizzonti aprendo all’arte contemporanea con due appuntamenti che gli art & architecture addict non possono mancare. Una full immersion per visitare gratuitamente i due nuovi spazi espositivi del M.A.C.RO, museo d’arte contemporanea di Roma ed del M.A.XXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo, progettati rispettivamente dalla francese Odile Decq e dall’irachena Zaha Hadid, due “mani” che hanno lasciato un’impronta nella Città Eterna, tanto da rappresentare un termine di paragone con i musei contemporanei delle altre Capitali Europee.

Cosa li accomuna: il fatto di nascere come ampliamento di strutture storiche, ma di costituire il loro nuovo cuore pulsante, lo stile hi-tech, l’uso di materiali e colori vibranti e la scelta di creare percorsi sospesi come fughe prospettiche.

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Liberamente nel labirinto del mosto

16/11/09

intro

È una notte stellata, ma l’umidità è tale da condensare sulla pietra fredda della rampa, che dal viale principale conduce ad un altro livello.
Varcato un cancello, la luce dei fari si riflette a chiazze sulla piazza, dove sottilissimi veli d’acqua vengono calpestati da ragazzi che sfrecciano qua e là. Alle otto e trenta la maggior parte di loro ha addosso i tipici cartellini di riconoscimento dello staff.
Sul palco una band inizia il sound check, in fondo si accendono i vari fornelli e si allestisce l’area degustazioni. I marroni lucidi sono già pronti per essere trasformati in caldarroste. Dalle arcate del portico si accede ad un vestibolo: si viene avvolti dal profumo del mosto, le luci illuminano i macchinari con i quali si produce il nettare tanto caro a quegli Dei dipinti e scolpiti nel tufo vivo. A San Martino ogni mosto diventa vino…

Alcuni gradini a sinistra e una rampa a destra portano al labirinto, riprodotto su mappe che trasudano acqua. Varcare uno dei due ingressi, significa inoltrarsi in un dedalo di gallerie che si fanno sempre più basse, sempre più scalfite dalla mano dell’uomo. La luce calda, sistemata in modo puntuale, svela superfici vibranti di riseghe, sezioni concentriche e solchi dovuti ai cunei inseriti da un’antica e sapiente mano che sapeva come ricavare blocchi dal ventre della terra. A tratti i corridoi si aprono su stanze dal soffitto a tronco di piramide, memoria dei “pozzi” di comunicazione con il livello superiore. … continua a leggere »
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