Liberamente nel labirinto del mosto

16/11/09

intro

È una notte stellata, ma l’umidità è tale da condensare sulla pietra fredda della rampa, che dal viale principale conduce ad un altro livello.
Varcato un cancello, la luce dei fari si riflette a chiazze sulla piazza, dove sottilissimi veli d’acqua vengono calpestati da ragazzi che sfrecciano qua e là. Alle otto e trenta la maggior parte di loro ha addosso i tipici cartellini di riconoscimento dello staff.
Sul palco una band inizia il sound check, in fondo si accendono i vari fornelli e si allestisce l’area degustazioni. I marroni lucidi sono già pronti per essere trasformati in caldarroste. Dalle arcate del portico si accede ad un vestibolo: si viene avvolti dal profumo del mosto, le luci illuminano i macchinari con i quali si produce il nettare tanto caro a quegli Dei dipinti e scolpiti nel tufo vivo. A San Martino ogni mosto diventa vino…

Alcuni gradini a sinistra e una rampa a destra portano al labirinto, riprodotto su mappe che trasudano acqua. Varcare uno dei due ingressi, significa inoltrarsi in un dedalo di gallerie che si fanno sempre più basse, sempre più scalfite dalla mano dell’uomo. La luce calda, sistemata in modo puntuale, svela superfici vibranti di riseghe, sezioni concentriche e solchi dovuti ai cunei inseriti da un’antica e sapiente mano che sapeva come ricavare blocchi dal ventre della terra. A tratti i corridoi si aprono su stanze dal soffitto a tronco di piramide, memoria dei “pozzi” di comunicazione con il livello superiore.

Queste architetture per sottrazione, una volta dismesse, in genere venivano riconvertite in cantine: il piano di calpestio è grezzo, cosparso della tipica polvere rilasciata dal tufo, non ha dislivelli bruschi, per cui le botti venivano fatte rotolare fino a destinazione. Questa sera ogni angolo accoglie un’attività o un’installazione artistica: musica, teatro, anche il vino diventa arte, con le bottiglie nere raggruppate o valorizzate da una nicchia, singoli elementi con il collo inclinato ed infilato nei fori del soffitto. Vi sono pannelli in legno che il caso ha composto artisticamente: sul fondo c’è una poltiglia a base di malta, nella quale sono annegati una serie di frammenti di vasellame, testimonianze di un passato glorioso spesso dimenticato. Finiture diverse, terracotta naturale o decorata e trattata con pigmenti neri e rossi: è una delle poche occasioni per toccare dal vivo la consistenza del tempo, sotto terra, il luogo originario in cui quegli oggetti sono stati lasciati. Sono reperti di un’area appartenuta alla Magna Grecia, situata lungo la via Traiana, che in epoca romana divenne un percorso alternativo all’Appia per giungere a Brindisi.
Le note di un sax anticipano la sala espositiva, dove c’è una prima degustazione di vino novello Nero di Troia: denso e deciso, ma leggermente dolce.
Le foto sono state sistemate su cavalletti e pannelli espositivi: sono scatti di artisti di formazione diversa, visioni personali dell’intero processo alchemico che parte da un seme affidato alla terra, fino a generare il prezioso liquore finale.

L’interpretazione in chiave moderna della serata di S. Martino 14/11/09, alle Cave Leone di Canosa di Puglia, è dovuta ai ragazzi dell’Associazione Culturale “Libera…mente”, che sono riusciti a dare voce, musica, immagini e quindi vita, a tutte le arti. L’esposizione si riferisce al concorso fotografico Scatti Divini.

Commenti (3)

Katia C.lunedì, 16 novembre 2009 alle 18:16

Quando descrivi queste cose alla tua maniera è come essere lì! happy

Bellissimo posto, bellissima iniziativa, complimenti agli organizzatori!

AnnaDmercoledì, 18 novembre 2009 alle 23:10

interessante… splendida descrizione happy
grazie della visita, con calma mi leggerò il tuo blog
un caro saluto

LUCE RADENTEgiovedì, 19 novembre 2009 alle 19:45

@ Katia C.:
Grazie, sei carina come sempre!
Il post è arrivato agli organizzatori, che hanno apprezzato.

Grazie a tutti!

@ AnnaD:
Benvenuta AnnaD, a presto allora!

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