L’arte invisibile negli Alquerque e nei Petroglifi inediti della Basilica di S. Sabino e del Mausoleo di Boemondo a Canosa di Puglia

16/11/16

Le ricerche, i testi e le immagini pubblicate in questo articolo sono dell’architetto Sabrina Centonze, che se ne riserva i diritti. Per estrapolazioni anche parziali si richiede la citazione della fonte.

Canosa di Puglia è tra le città più ricche di testimonianze archeologico-architettoniche stratificate nel corso dei secoli, dai basolati romani che affiorano durante gli scavi per le fondazioni contemporanee, alle tombe ipogee daunie e alle catacombe, alle basiliche paleocristiane edificate sui resti di templi ellenistici, fino alle cave sotterranee di calcarenite di epoca sempre più recente che spesso celano camere segrete mai dichiarate. Su questi elementi, come spesso accade,è stata edificata la storia moderna del centro urbano, si sono rimaneggiate le piante, le facciate delle chiese, impiegando anche il materiale di spoglio disponibile nei siti dichiarati archeologici solo in epoca recente.
In Puglia giungono alcune di quelle vie di pellegrinaggio indicate come Peregrinationes Maiores, fasci stradali solcati dai pellegrini sin dal periodo medievale, i quali prevedevano tappe sacre e non e luoghi di sosta preferenziali, in cui ci si fermava per rifocillarsi, per ricevere ricovero, cure e protezione durante la notte. La via Francigena (o via Romea) dopo Roma si intreccia con la Regina Viarum, la consolare Appia Antica e lambisce Canosa con la diramazione Traiana, per poi proseguire verso Brindisi poco a ridosso della costa, dov’erano dislocati diversi porti da cui si poteva salpare per la Terrasanta. Siamo nell’area appena a sud di Monte Sant’Angelo sul Gargano, sede della Sacra Grotta di San Michele. Con l’arrivo dei Longobardi, il santo inizialmente psicopompo (che accompagna le anime nell’aldilà) e taumaturgo (guaritore, legato alla sacra Stilla) veste i panni del Guerriero di Dio protettore del Regno e incarna così, nell’ideale religioso, l’elemento essenziale per la coesione politica. Dunque da Benevento, termina qui anche la via Sacra Langobardorum e passa una tappa fondamentale della “linea sacra di San Michele”, la  retta ideale che unisce i maggiori Santuari dedicati all’Arcangelo, dalla Cornovaglia a Gerusalemme.


Ed è proprio nel contesto longobardo dei secoli VII-VIII che la Basilica originaria si inserisce,  dedicata inizialmente  ai Santi Giovanni e Paolo. A quel tempo si stava per abbandonare la fatiscente Cattedrale  di S. Pietro, situata fuori le mura, che conteneva le spoglie del Santo Vescovo Sabino. Come racconta il Bolland: “…il sacro corpo fu traslato alla nuova Cattedrale distante mille passi e illuminato di notte dalla luce celeste….” Una lapide nella Cripta ne attesta ancora la deposizione da parte del Vescovo Pietro. Le fonti, inoltre, non sono concordi sulla seconda traslazione delle reliquie a Bari, nella Cattedrale omonima, tuttavia sembrano propendere per la permanenza a Canosa. Nel 1101 la Basilica fu intitolata a San Sabino Vescovo.

Vi sono molti elementi decorativi legati all’arte romanico-normanna, come l’Ambone di marmo del XI secolo su colonne ottagonali, con aquila che sostiene il leggio. L’opera è a firma dell’arcidiacono Acceptus, il cui segno plastico si riconosce anche in molti elementi della Grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo e a Santa Maria di Siponto  e fanno comprendere l’entità della Bottega dell’artista in area garganica.
Nell’abside della chiesa è collocato il Seggio del Vescovo Ursone (1080-1089), realizzato da Romualdo come una struttura retta da elefanti, finemente decorata con elementi vegetali e zoomorfi quali aquile, protomi leonine, grifi e sfingi.

Potete visionare la Basilica nella sua interezza nei rilievi laser scanner di Archimeter s.r.l. e nel VIRTUAL TOUR , dove le stazioni presenti in alto nella pianta, vi permetteranno di visitare i vari ambienti.

La sacralità della Basilica fu uno dei motivi che attrassero l’attenzione dei Normanni Altavilla, i quali dopo il 1111 con Roberto il Guiscardo, eressero  in adiacenza al fianco destro della costruzione, il Mausoleo del Principe Boemondo I di Antiochia, capo dell’esercito normanno nella Prima Crociata indetta da Papa Urbano II.
Il Sacello è l’immagine a scala ridotta del Santo Sepolcro di Gerusalemme: a pianta quadrata con lesene corinzie e absidato sul fianco destro, se consideriamo la facciata d’ingresso come principale; in alto, un tronco di piramide raccorda la base al tamburo ottagonale, incorniciato da colonnine che reggono una cupoletta emisferica. Rivestito interamente in marmo, il Mausoleo presenta delle iscrizioni nel fregio superiore, che insieme a quelle del Portone bronzeo (in situ copia dell’originale), sono volte ad esaltare la figura di Boemondo, con le parole volute dalla madre  Alberada di Buonalbergo, sepolta nel sacrario dei primi Altavilla presso la SS. Trinità di Venosa. Per i più curiosi, le iscrizioni sono analizzate in questo testo.

Le decorazioni di gusto orientale, nella parte sommitale del Sacello,  trovano massima espressione nel Portone bronzeo, con i due battenti asimmetrici realizzati da Ruggero di Melfi. Il lato sinistro appare a fusione unica ed è decorato con una cornice a palmette e con tre medaglioni circolari posti l’uno sull’altro, di cui il centrale con la maniglia a protome leonina e quello in basso con in Fiore della Vita. Il battente destro è quadripartito e si differenzia per la presenza, oltre a due dischi, di figure incise con panneggio sulle vesti. Tutti i medaglioni di sinistra sono circondati da sinuosi  caratteri pseudo-cufici, mentre quelli a destra hanno geometrie arabeggianti simili a quelle che riscontriamo negli azulejos andalusi.

Questo linguaggio ibrido è frutto dell’apertura dei confini a Oriente nel periodo delle Crociate e della fusione religioso-culturale che i Normanni attuarono nel Regno di Sicilia.

I petroglifi inediti del Mausoleo di Boemondo

Al primo sguardo si evince che le lastre verticali del rivestimento in marmo del Sacello sono lisce, chiare e leggermente venate di grigio. In rari punti sono riscontrabili dei segni poco profondi che ritraggono profili e vaghe iniziali.
Un primo sguardo alla luce diffusa in occasione di un sopralluogo la mattina del 12 novembre 2016 ha evidenziato poche tracce impercettibili, sufficienti a costituire un indizio. L’analisi approfondita è stata eseguita nel pomeriggio con una illuminazione più confacente ed ha fatto emergere interessanti petroglifi che rientrano nelle espressioni spontanee del linguaggio esoterico (inteso nel senso stretto del termine, conoscenza per pochi) dei pellegrini, che si riscontrano in alcune zone legate alle rotte verso la Terrasanta, nonché lungo i percorsi michaelici, soprattutto in area garganica. Nella ricerca relativa alle espressioni dell’“arte trasparente”, ci sono spesso delle regole e delle tipologie ricorrenti, che in questo lembo di Puglia non potevano risparmiare la Basilica di S. Sabino.

I tratti delle incisioni sono davvero leggerissimi, quasi impercettibili e si trovano soprattutto sul fianco sinistro del Sacello, che si raggiunge dall’uscita dal transetto Sud della Basilica. Come sempre in questi casi, le “mani” ed i tempi di realizzazione si sovrappongono e si confondono, creando uno scenario piuttosto confuso. Ai disegni estemporanei non si può chiedere la chiarezza narrativa di un progetto voluto da un mastro scalpellino. Quasi sempre dobbiamo leggere figure slegate tra loro e coglierle nel loro minimalismo eseguito però con preciso intento allegorico.

Ne sono esempio le Croci Ricrociate e Potenziate sul Golgota sovrapposte a figure di volatili simili ad un Pellicano (Cristo che si immola per la salvezza degli uomini), ad un Grande Pavone, (la resurrezione e dunque l’immortalità) o ancora lo zig-zag acquatico e il Pesce con squame, ovveroIchthýs in latino o Iχθύς in greco, simbolo del Cristo da traslitterazione: Ιησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ – Iesùs Christòs Theù Hyiòs Sotèr - Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Accanto a segni leggerissimi troviamo rari profili e figure tracciate in profondità. Nell’arte sacra infatti, a partire dal periodo di persecuzione religiosa in cui nacquero le catacombe, si diffuse presto un codex di segni, sovente connessi al mondo animale, al fine di indicare ai seguaci in modo velato concetti legati al Cristo, nonché per segnalare i luoghi in cui si poteva professare al sicuro la religione cristiana.

L’IMBARCAZIONE DEI “PALMIERI”
Una serie di curve a mezza luna riportano ad almeno tre imbarcazioni con lo scafo in fasciame di legno. La prima che incontriamo è formalmente quasi una zattera, con due uomini in piedi, frontali, in una posizione innaturale che vede le braccia aperte come se si trattasse di soggetti crocifissi. Ci accorgiamo poi che si tratta di una nave in quanto accoglie un terzo uomo centrale di vedetta su un albero maestro, anch’egli con le braccia aperte a guisa di croce.

I simboli hanno letture soggettive e mai univoche, comunque sempre legate al contesto. Le imbarcazioni su un Mausoleo funebre alludono al viaggio dell’anima, hanno sempre un albero maestro crucigero in qualche modo, qualcuna ha delle vele spiegate, ma in particolare la prima nave simula anche qualcosa di diverso, ovvero la  crocifissione di Cristo e dei due ladroni sul Golgota. Questa spedizione inoltre, sembra palesarsi come quella di pellegrini Palmieri, in quanto tutti gli occupanti della nave portano sul capo la Palma di Gerico, richiamando alla mente i versi di Dante Alighieri nella Vita Nova:  “…chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma…

Oltre alle Navi sono presenti Fiori della Vita e Stemmi poco dettagliati, in cui difficilmente possiamo riconoscere un’arma specifica e dunque il casato del pellegrino di passaggio che ha voluto imprimere la propria presenza nel luogo. Uno di questi presenta una sbarra scaccata (simile alla fascia a scacchi del Blasone degli Altavilla, ma inversa) a dividere due stelle; un altro stemma in miniatura si trova all’interno del Mausoleo, in alto a destra rispetto all’ingresso, accanto all’unica incisione che riporti una datazione certa, ovvero l’anno 1543.
Possiamo quindi affermare che questi graffiti sono almeno cinquecenteschi. Alcuni potrebbero essere precedenti, altri successivi, ma non abbiamo altri dati per sostenerlo.

GLI ALQUERQUE DEL MAUSOLEO
Davvero poco percepibile risulta il primo esemplare di Alquerque, bellissimo e piuttosto regolare, non più grande del palmo di una mano. Colui che lo ha realizzato ha eseguito dapprima le coppelle con un punteruolo, al fine di dare regolarità a disegno e per scandire i rapporti tra moduli, ha poi dato enfasi ai quadrati piuttosto che alle linee diagonali, quasi a voler rimarcare l’essenza terrena del Centro Sacro, o Tris dalla cui combinazione l’Alquerque deriva. Poco sotto al primo è presente un secondo Alquerque irregolare e contiamo un terzo esemplare molto simile ad una Scacchiera di diagonali su una lesena accanto all’ingresso al Mausoleo.

Per definire un certo tipo di simboli si usa il linguaggio dei giochi da tavolo, ovvero delle tabulae lusoriae molto in uso in epoca romana, giochi a pedine con i quali questi segni condividono la rappresentazione grafica, ma quasi mai la funzione.

Dal medioevo in poi, soprattutto dopo le Crociate, cominciano a riapparire simboli usati da culture antiche, soprattutto orientali. L’Alquerque si presenta con il nome di el-qirkat nel Kitab el-aghani, in un manoscritto arabo del X secolo; è citato anche nel XIII secolo nel Libro de los juegos di Alfonso X il Saggio. Chiaramente quando vediamo schemi di gioco tracciati in verticale su pietre che in nessun modo possono essere state di reimpiego da altri siti, essi perdono automaticamente qualunque funzione ludica ed assumono una valenza allegorica.
Il 16 ottobre 2016, durante la Giornata del FAI d’Autunno a Matera, nell’ipogeo rupestre al di sotto Palazzo Lanfranchi riportato da alcune fonti come S. Nicola alla Cupa, è stato rinvenuto un altro Alquerque inedito, sempre inciso in verticale nella calcarenite e di grande dimensione, quindi sicuramente più visibile di quelli del Mausoleo di Boemondo.  L’iconografia degli affreschi lascerebbe ipotizzare che l’ipogeo fosse una cappella funeraria collegata ad altre sepolture della zona.
Caratteristiche simili si riscontrano spesso in ambienti sacri frequentati da ceti nobiliari a cui il tema sacro-esoterico è sempre risultato molto caro e da esponenti dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, poi diventato Ordine dei Cavalieri di Malta. Nell’ottobe scorso, infatti, ho rilevato nella Basilica romana dei SS. Quattro Coronati una lastra tombale con sovrapposta Scacchiera realizzata con un leggero tratto graffito che l’ha resa pressoché invisibile.
Ancora a Matera, nella chiesa di S. Francesco d’Assisi, la pavimentazione della cappella Malvinni Malvezzi dei Duchi di Santa Candida ha le formelle di maiolica dipinte come un di Tris bianco e nero, disposte a formare un ampio Alquerque ; troviamo inoltre un mosaico di tessere bicolori che rappresenta vagamente un Filetto o meglio una Triplice Cinta Sacra se la intendiamo nel senso simbolico che la famiglia ha voluto imprimervi, ovvero il percorso labirintico che conduce alla redenzione, alla Gerusalemme Celeste.

Sul lato dell’ingresso al Mausoleo di Boemondo è tracciato, sempre con un segno impercettibile, il contorno della Mano del Pellegrino, un elemento ricorrente lungo il percorso micaelico, soprattutto presso il Santuario dell’Arcangelo sul Gargano.
Sul fianco destro del Sacello in alto, poco prima dell’abside, si rileva un Nodo di Salomone non del tutto completo. Non sempre questi Nodi sono stati terminati, in quanto di non semplice esecuzione, soprattutto in un intreccio a cinque fasci, che da 3  elementi in su è proporzionale alla sacralità di un luogo.  Il Nodo di Salomone coniuga l’elemento croce-svastica con il movimento ciclico a spirale dei simboli solari e delinea anch’esso un Centro Sacro.

Personalmente credo che il Mausoleo di Boemondo d’Altavilla abbia attirato nel tempo i pellegrini, non solo in quanto situato accanto alla tomba del Santo Vescovo Sabino, ma soprattutto perché, per la forma a cui si ispira il Sacello, è  in connessione diretta con il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Queste valenze intesero dunque i pellegrini.

I CONCI DELLA FACCIATA DI SANTA CATERINA
A Canosa
è presente anche un altro sito con petroglifi assimilabili ai tracciati di pellegrinaggio, di cui il prof. Francesco Paolo Maulucci, della Sovrintendenza Archeologia della Puglia e la prof.ssa Angela di Gioia hanno largamente parlato. Una formella inglobata all’esterno della facciata della Chiesa di Santa Caterina riporta un Alquerque, una Triplice Cinta e un segno simile ad un Compasso, insieme ad un Orticolo centrale (foro della lastra) da cui parte un prolungamento orizzontale in direzione sinistra. In un secondo concio appare incisa una figura quadrata incompleta. Non sappiamo con certezza se questi conci siano sempre stati lì in facciata o siano elementi di riuso dell’Hospitale per pellegrini di cui oggi non rimane più nulla, ma possiamo dire che mantengono la memoria di un luogo di sosta prima della tappa successiva, presumibilmente l’Hospitale annesso alla Basilica del Santo Sepolcro di Barletta.

I Graffiti e gli Stemmi della Porta Santa della Basilica di San Sabino

All’apertura della Porta Santa per il Giubileo Straordinario promosso da Papa Francesco, sono stati rilevati altri graffiti sugli stipiti in marmo. Qui abbiamo due datazioni, di cui la più antica è 1742 e l’altra presumibilmente 1805. Tra i petroglifi evidenziamo due Stemmi araldici piuttosto stilizzati, con Fleur de Lys, o gigli francesi e banda, i quali se confrontati con lo stemma di Canosa di Puglia scolpito su una lastra litica esposta nella Villa Comunale accanto alla Basilica, possono collegarsi al Principe di Taranto Filippo I d’Angiò prima e dopo l’unione con Caterina II di Valois-Courtenay, titolare dell’Impero Latino di Costantinopoli.

Nell’intradosso dello stipite sinistro troviamo una Croce sul Golgota e ancora all’esterno, figure di animali e volti, scacchiere, losanghe, pentalfa e uno scudo inciso a grafite con un sole raggiante dal volto umano.


Alla luce di queste piccole-grandi scoperte, sembra quasi che l’apertura e la chiusura della Porta Santa nel 2016,  abbiano voluto riconsegnare alla città di Canosa testimonianze sostanziali in merito alla posizione che essa occupava nelle rotte dei pellegrinaggi, dal medioevo fino a qualche secolo fa.

Commenti (2)

Raffaele Latorregiovedì, 17 novembre 2016 alle 11:57

Ricerca accurata che mette insieme elementi essenziali del Medioevo pugliese.Ricchi e suggestivi I riferimenti all’emblematica cristiana con cenni ben definiti ai motivi esoterico-alchemici che hanno caratterizzato buona parte dell’Eta’ di mezzo ( bestiari, lapidari, erbari….)

don Felice Baccogiovedì, 17 novembre 2016 alle 20:26

Carissima Sabrina, grazie per le cose scritte: davvero interessante la tua ricerca che spero di poter approfondire con il tuo aiuto. Ti sarei grato se mi mandassi le foto dei particolari che hai pubblicato. Ciao. Alla prossima. Don Felice

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