Memento, ricorda!

31/12/16

La pietra ascolta, assorbe, racchiude il tempo e lo ferma.
Serba un ricordo vivo e forte anche quando il segno è impresso con tocco lieve.
Eppure cattura prepotentemente lo sguardo, vibra di vita, parla e dice: “Memento!”
Il petroglifo è un fiore raro che si svela a chi sa cercare, si schiude a chi sa trovare, solleticato al buio da una piuma leggera, netta e tagliente come la luce di un Caravaggio.

Questo “pannello” di graffiti ed iscrizioni “parlanti” chiude il mio anno nel migliore dei modi.
Che il 2017 sia altrettanto ricco di sorprese come lo è stato il 2016 negli ultimi mesi.
Buon anno!

    La chiesa di S. Giovanni Battista a Matera tra religiose velate e verità celate

    16/11/12

    Un film di Ridley Scott e una citazione di Assassin’s Creed sono stati gli elementi che hanno bussato alla mia porta nelle ultime ore, sollecitandomi a pubblicare questo post che aspettava da giorni le sue belle immagini, così ho voluto dedicarvi qualche riga di Storia legata alle Crociate … con finale a sorpresa che merita un po’ di attenzione.

    Il Robin Hood di Ridley Scott (2010) si attiene abbastanza fedelmente ai fatti storici rispetto alle precedenti pellicole che ritraggono il leggendario fuorilegge inglese e prende inizio dal ritorno in patria di Riccardo I  Cuor di Leone, che, ironia della sorte, dopo aver passato dieci anni a combattere la Terza Crociata muore sotto l’assedio del castello di Châlus, in Francia …a due passi da casa.
    Poco prima nel 1191 i Re europei Riccardo I d’Inghilterra, Filippo II di Francia e Leopoldo d’Austria avevano unito gli eserciti a quello di Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme per la riconquista di San Giovanni d’Acri (in Palestina) da parte dei cristiani, sottraendola a Saladino.
    L’assedio di Acri, interrotto con una tregua di un secolo fino alla sua definitiva caduta nel 1291, tempo in cui la città rimase capitale del Regno, viene ricordato come una delle più sanguinose carneficine tra cristiani e musulmani di tutti i tempi.

    Emile Bertaux (L’art dans l’Italie méridionale…) riferisce che durante la spedizione a Cipro e in Siria (Sesta Crociata) Federico II portò con sé dal convento della Santa Maddalena le monache note come “Penitenti di Accon”, comunità religiosa dell’ordine Cistercense proveniente in origine dalla Francia centrale (Abbazia di Cîteaux, Borgogna)

    Bene, Accon in arabo non è altro che Acri, San Giovanni d’Acri.

    Le Penitenti arrivarono a Matera nel 1230 (o ancora prima nel 1215) con il vescovo Andrea, si stabilirono momentaneamente nel complesso rupestre della Madonna delle Virtù in attesa dell’ultimazione  del nuovo convento presso Santa Maria la Nova ai Foggiali, la cappella che era stata loro donata. Loro decisero di ampliarla costruendo una nuova chiesa che sarà terminata nel 1236.

    A quel punto Santa Maria la Nova è la prima chiesa del Piano (al di sopra dei Sassi) ad essere eretta fuori le mura cittadine, motivo per cui dopo due secoli le religiose la lasceranno per un luogo più protetto (il monastero dell’Annunziata alla Civita).

    Per altri due secoli la chiesa versa in stato di estremo degrado, finché Monsignor del Ryos dispose nel 1695 di trasferirvi la parrocchia S. Giovanni Battista dal Sasso Barisano, abbandonando la rupestre S. Giovanni Vecchio.

    Ho passato buona parte della mia infanzia giocando in un raggio d’azione che andava dalla chiesa di San Biagio a quella di San Giovanni passando per la fontana situata appena sopra l’Hotel Sassi, in via San Rocco; ho vissuto il piazzale di San Giovanni quando era una distesa di auto parcheggiate fin sul sagrato, con i cedimenti della pavimentazione dovuti ad una piccola necropoli scavata secondo l’uso dei cristiani di seppellire i defunti nei pressi di un luogo sacro, ma è stato negli anni dell’Università che ho iniziato a guardare quell’opera romanica con occhi diversi, apprezzandone il portale, i bellissimi capitelli, i matronei su mensole e le crociere a costoloni, benedicendo tante volte Monsignor Morelli che nel 1926 ha rimosso le superfetazioni barocche che coprivano i conci di tufo e tutte le superfici porose che ancora oggi portano la patina del tempo.

    Ero abituata, come tutti i materani ed i turisti, a considerare la Chiesa di San Giovanni Battista come appare oggi, con il bel portale strombato sotto l’edicola del Santo, gli archetti, le campane e l’arco esterno del matroneo decorato da elefanti. È noto che i luoghi di culto nascono sull’asse del percorso solare, con accesso da Est per i templi pagani e da Ovest per quelli di fede cristiana e che molti, come la Cattedrale, possiedono anche un doppio ingresso oltre a quello principale.  Stranamente questo ne ha uno solo che dà direttamente in una delle navate secondarie, facendoci trovare l’abside a destra.

    Perché nel 1230 avrebbero dovuto edificare un impianto così singolare, da risultare scomodo per le funzioni (tanto da necessitare negli anni ‘70 persino un accesso dall’abside, poi fortunatamente tamponato) quando nella zona dei Foggiali c’era tanto spazio? La piccola cappella non doveva essere poi così vincolante!

    In realtà “Santa Maria la Nova” venne costruita a regola d’arte da maestranze che possedevano le alte tecniche costruttive e decorative acquisite dallo stile romanico europeo anche grazie ai rapporti con la Terrasanta, una fusione che sfociò poi nella verticalità gotico.

    La risposta è in un segno sul lato cieco della navata principale, in quello che sembra essere un arco di scarico dietro il confessionale.

    Il vero ingresso della chiesa è celato all’interno del corpo di fabbrica attiguo, nato nel 1610 come Ospedale di San Rocco e riconvertito prima in Carcere e successivamente in sede della Croce Rossa, come io lo ricordo. L’edificio è rimasto chiuso per decenni prima degli attuali restauri, grazie ai quali ho potuto  vedere l’ampia corte interna che lo divide dalla chiesa tramite un’intercapedine, la quale è preceduta da un pronao semicircolare di gusto barocco che appare una copia in scala di quello realizzato da Pietro da Cortona a Santa Maria della Pace, a Roma, nel 1656-59. Dietro questa quinta muraria si esprime l’identità di San Giovanni-Santa Maria la Nova: una facciata piuttosto semplice, delineata da una copertura a capanna che svetta al centro per la notevole differenza di quota tra le navate laterali e quella principale.

    Al contrario della facciata conosciuta, consolidata e mantenuta nel tempo,  nonostante il cuci-e-scuci sul tufo questa porta considerevoli segni di rimaneggiamenti e ripensamenti, come le due cicatrici  verticali tra il rosone e il portale, lasciate forse da lesene o da un’edicola. Nell’eliminare intonaco e stucchi che ricoprivano le volte e i capitelli interni fino al 1926, Monsignor Morelli ripristinò la grandezza originale delle monofore. Tra le  ricuciture delle finestre le colonnine angolari ed alcune decorazioni sono andate perse irrimediabilmente e oggi si leggono solo grazie all’abbozzo dei capitelli. L’ingresso odierno non è che una nicchia di un lezioso teatrino, semi-affrescata da un motivo da carta da parati sotto lo splendido decoro ad intreccio originale.

    A parte questo, l’immagine complessiva che ne viene fuori differenzia nettamente questa chiesa dalle coeve San Domenico e Cattedrale e la lega invece di più alle Cattedrali di Ruvo di Puglia, di Conversano e San Sabino di Bari, solo per citarne alcune.

    Per la posizione di Matera in Terra d’Otranto (fino al 1663) e per la provenienza della manodopera, i dettagli di San Giovanni risultano un romanico ibrido cistercense-pugliese e ricordano a tratti,  a scala inferiore, gli interni dell’abbazia di San Galgano.

    Queste influenze architettoniche sono la vera conquista, forse l’unica, delle Crociate.

      Roma e Matera gemellate da uno stemma araldico

      09/10/12

      Articolo aggiornato il 9 gennaio 2017 a seguito di una ricerca documentale
      sulla tela Malvinni Malvezzi presente al Laterano.

      Nel 2012, prima di una cerimonia che si sarebbe tenuta nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, ricevetti l’invito per un incontro presso la Sala della Musica del Palazzo dei Canonici Lateranensi, uno dei luoghi sotto la giurisdizione della Santa Sede secondo i Patti Lateranensi, dove è possibile accedere previa autorizzazione.
      Conoscevo bene la zona antistante, avendo eseguito  nel 2001 il rilievo architettonico del Battistero Lateranense, un gioiello ottagonale elevato su resti di Terme romane. Fino ad allora il Palazzo dei Canonici rimaneva un edificio ottocentesco in cui non ero mai entrata.

      L’incontro nella Sala della Musica mi riservò una sorpresa in un piccolissimo particolare che si perde nell’ampiezza della sala conferenze e nella dimensione della tela che lo contiene a mò di firma e dedica del committente.
      Mi capita spesso di visionare stemmi araldici e quando il mio sguardo fu richiamato da colori e forme familiari, benché fosse improbabile che corrispondessero esattamente all’arma che avevo in mente sin dal primo momento, quegli elementi calamitarono la mia attenzione per la maggior parte del tempo.

      Sul lato opposto della Sala dovetti aguzzare la vista più volte, incuriosita dall’incredibile somiglianza con una certa arma rosso e blu, con una fascia e lambello d’oro, persino un cuneo sommitale che la mia mente assimilava all’elmo di un cavaliere sormontato da un cinghiale. Tendevano a depistarmi il contesto romano, lo stile di maniera con la scena ambientata in una basilica di stampo bizantino-ravennate, che rendevano il collegamento fra il clero romano e la famiglia Malvinni Malvezzi di Matera meno immediato.
      Infine un segnale distintivo: tre puntini bianchi su fondo rosso, che sapevo essere tre croci ottagone dell’Ordine di Malta.

      Non appena fu possibile avvicinarmi, l’aquila centrale fugò ogni dubbio e a quel punto la somiglianza non fu più uno scherzo della mente. Lo stemma prese la forma di un piccolo ritrovamento, un anello di congiunzione tra la Roma papale e Palazzo Malvinni Malvezzi in Piazza Duomo a Matera, dove lo troviamo identico nell’affresco della volta dell’atrio d’ingresso.

      Domenico Malvinni, infatti, ottenuto nel 1734 il titolo di Duca di Santa Candida dall’imperatore Carlo VI ed il riconoscimento della discendenza dalla nobile famiglia bolognese Malvezzi, per sancire e rimarcare ulteriormente il lignaggio, volle creare una nuova arma, derivandola dalla fusione di due metà. Così la parte inferiore dello stemma, con le tre croci ottagone bianche su fondo rosso dell’Ordine di Malta (ricrociate prima dell’ammissione all’Ordine) corrisponde a quello dei Malvinni e la parte  superiore con fascia, aquila,  lambello e fleur de lys su fondo blu è del ramo bolognese Malvezzi.

      Dunque, come riporta il cartiglio, un Canonico Lateranense della famiglia Malvinni Malvezzi lasciò segno del proprio passaggio al Laterano donando la tela al Papa.
      Non è dato risalire con assoluta certezza alla donazione, tuttavia dalla ricerca documentale è emerso che Giulio Malvinni Malvezzi († 1928) fu membro del clero Romano ed affiancò papa Leone XIII, al secolo Gioacchino Pecci, a sua volta committente del Palazzo dei Canonici Lateranensi nel 1884.

      In attesa della fine dei restauri conservativi di Palazzo  Malvinni Malvezzi a Matera, di proprietà della Provincia dal 1960, si può ammirare lo stemma dall’esterno del sopraluce del portone in legno. Una visita virtuale tramite diverse foto d’epoca è possibile sul sito www.muvmatera.it .

      foto di Francesco Fossanova pubblicata su www.muvmatera.it

        Il logo scelto per “Matera 2019″

        29/07/11

        Appena l’ho visto mi sono emozionata e non è poco, perchè l’emozione era uno dei punti chiave richiesti dal bando.
        La selezione è avvenuta tramite il portale www.bootb.com a cui partecipano 32.000 grafici di tutto il mondo.
        Non so se nel team di ConTesta che ha creato questo logo ci sia un materano, ma a mio parere gli è venuto così bene da dare l’impressione che  qualcuno lì a Fucecchio (Firenze) abbia respirato l’aria della mia terra.

        Da materana nostalgica quale sono ho riconosciuto immediatamente la pianta di un complesso rupestre, lo schema dei vicinati, tutti i vuoti e tutti i pieni che rendono unica e inimitabile una città.
        Da qualche ora su Facebook si accavallano i commenti, tra approvazioni e critiche: alcuni visionari come me ci vedono anche la M (in piedi e capovolta) e le cisterne per il recupero ed il riuso dell’acqua piovana che in tempi andati erano una vera risorsa. In questo simbolo è concentrata tutta l’architettura per sottrazione dei Sassi. Il contributo dell’arch. Pietro Laureano in giuria avrà avuto il suo peso in merito.

        Adesso provate a far questo: unite le mani e incrociate le dita. Non somiglia anche all’intreccio unito e compatto che avete davanti?
        Sì? Allora in bocca al lupo e buon lavoro, Comitato! Chissà, magari c’è anche di più di una speranza di crescita costruttiva.

        Aggiornamento: 31 luglio

        Immagine da L. De Rita “Il vicinato come gruppo”

        Dopo il commento ricevuto sono andata a ritrovare questa immagine su uno dei libri che ho a Roma. Questo è lo schema distributivo “tipo” di un vicinato negli anni precedenti allo sfollamento dei Sassi (1952). L’immagine buffa della famiglia numerosa ed allargata, spalmata sul prorpio letto, viene subito sostituita dalla realtà vera e cruda dell’alloggio condiviso con gli animali.

        Vedete voi stessi a cosa si ispira il logo.