Da qualche tempo quando mi si chiede di raccontare un sogno è come trovarsi davanti un tabula rasa. Incontri una persona, vedi un’immagina e qualcosa ti ritona in mente, ti si apre uno spiraglio azzurro in un cielo grigio e poi subito si richiude, ti colpisce come il rinculo di un’arma e torna indietro come una fionda.
Si tratta di un Dreamflashback che ti lascia a bocca asciutta nel periodo di stanchezza novembrina, quel letargo semestrale che capita quando hai dimenticato il significato del termine “ferie”. Allora bisognerebbe avere un tasto di ricerca nel database dei sogni, una Dreamsearch, recupero sogni smarriti con te che digiti la data e… tac! un omino addetto a frugare nei tuoi pensieri parte e come si dice a Roma “smucina, smucina” finchè non trova un sogno per intero. Magari se il file è corrotto ci pensa lui a ripristinare le lacune, perchè, sai, è tenuto a servirtelo completo e infiocchettato così come tu l’hai creato, non confuso e frammentario come lo ricorderesti. La funzione sarebbe così efficiente che le si potrebbe chiedere persino di scovare il sogno fatto ad una certa ora. La “Ricerca per ore” sarebbe utilissima ai daydreamer, che sognano anche di giorno. Non ne conoscete? Può darsi che sia il vostro compagno di banco, il collega che vi lavaora accanto…chi lo sa. Ce ne sono eccome!
Dreamsearch vs. Dreamflashback. Sì, suona bene
Perchè? A cosa servirebbe?
Curiosità, maledetta pura e semplice curiosità di sapere come funzionano i meandri della mente e come possono condizionare la tua giornata.
Dopo tutte le immagini che mi sono passate nella mente, come dei flash o come zoom dei particolari, dopo i fotomontaggi ad arte che li hanno fissati, è qui.
Che sensazione strana!
Non è timore di qualcosa che sta per avvenire (ho sempre i piedi ben piantati per terra), nè commozione (quella, forse, verrà più avanti), ma consapevolezza che tutto è reale, che posso toccarlo con mano.
È qui ed è come l’ho sempre pensato: candido e leggero come una piuma, delicato e impalpabile come un soffio, di una semplicità ed eleganza disarmanti.
No, non lo tocco, lo sfioro semplicemente. Lo osservo, lo ammiro ancora una volta prima di chiuderlo nel suo guscio. È alto quasi il doppio di me e per un attimo mi appare come un gigante a riposo, come un’aquila che sta per spiegare le forti ali.
Lo lascio dormire ancora un po’, non è ancora il suo momento.
Mi allontano ed espiro sollevata, pensando: “Questa è fatta. Che gran liberazione!”
Fiùùù ^_^
Torno ad occuparmi del resto, visto che ho ancora una montagna di cose da fare.
Cosa mi distoglie dall’aggiornare il blog, la pagina facebook & co. e dedicarmi ad altri interessi? Una serie di piccole attività creative che ho preferito concentrare in questi ultimi mesi prima del… insomma… prima di quella cosa che comincia per “m” e termina con “o” e che atterrisce chiunque – uomo o donna – che abbia un po’ di senno
Avete capito?
Ebbene sì. Chi ha già affrontato la “questione” prima di me sa che esistono siti web che dovrebbero essere di aiuto e servirti da guida nell’organizzazione. Invece quello che fanno non è altro che inviarti promemoria che suonano come: “Mancano sei mesi…. Si avvicina. Sta arrivando. Tic Tac… Tu cosa stai facendo?”
Non è così che dovrebbe essere. Sono davvero pochi i siti che si salvano.
Ho scoperto che c’è un aforisma che funziona come una formula magica: bisogna pronunciarlo uscendo da una libreria, nel caso vi trovaste improvvisamente assaliti da oscure presenze.
Cosa dice? Come si usa nello specifico? Adesso ve lo spiego.
Vedete, nelle librerie mi è sempre piaciuto riempirmi le mani e la mente, ma questo a volte può tramutarsi in una pericolosissima di Sindrome di Stendhal. Fino ieri non lo pensavo possibile, ma adesso sì.
Ero a MelBookstore, in via Nazionale. Tutto è iniziato sfogliando l’ultimo libro di Umberto Eco, Il Cimitero di Praga. … continua a leggere »
A volte vedo la testiera del PC come quella di un pianoforte. Ne ho una nuova di zecca, nera e bianca, per l’appunto. Quella che avevo in precedeza l’ho messa via, non scriveva quasi più a forza di suonarla di parole. Non ho la forza di buttarla, ci sono legata perchè è stata la prima che ha visto i miei esami all’Uni. Ne avevo altre, ma per scrivere Luce Radente ho usato quella, inconsciamente.
La Facoltà di Architettura di via Flaminia, con la protesta ancora in corso.
Qualcosa è cambiato. Me ne accorgo appena lasciata la macchina. Sono mesi che non vengo qui, forse anni. Il tram non passa più per via Gianturco. Auto e autobus hanno il doppio senso di marcia, sembra tutto più pulito. Perché?
In via Flaminia capisco, ma la motivazione rimane in stand-by per qualche minuto. Sono distratta da altri particolari. Eccola lì la Facoltà, la mia Facoltà di Architettura di Flaminia. Che effetto strano vederla così, con un’aria GOTICA da brividi. Una croce bianca su una bara nera accanto all’ingresso, le candele, candelotti e lumini rubati al Cimitero del Verano. Ci sono i manifesti della protesta e la protesta stessa, che alle 21:00 di sabato sera è ancora in corso nell’atrio e forse durerà ad oltranza. L’Università è morta e forse anche una parte infinitesima di me, che quasi non riconosce più quella strada, pulita, larga, troppo pulita e troppo larga.
Da qualche giorno piove di sera, alla stessa ora. La pioggia arriva all’improvviso, come i temporali estivi. Penso all’acqua, al suo ciclo ininterrotto, alla vita e a questo video.
Dedicated to all
All human beings
Because we separate like
Ripples on a blank shore
In rainbows
…
Perché ci separiamo come
le increspature su una spiaggia
Reckoner – Radiohead – In rainbows, 2007
Video creato da Clement Picon, uno dei vincitori dell’Aniboom animation contest per Reckoner.
Non è mai semplice mettere d’accordo tante persone ad anni luce di distanza da te, tutte con orari ed impegni diversi. Poi alla fine capita un’uscita trasteverina, organizzata all’ultimo momento, semplicemente improvvisata, una di quelle che ritengo essere le migliori: non ti aspetti nulla e alla fine si rivelano tra le più riuscite.
Siamo in quattro, non sarà difficile trovare un posto. Dove si va? Dar poeta? Ahi, sarà pressochè impossibile allora!
Un quarto d’ora e siamo lì, in mezzo ad una folla in ordine molto sparso, tutti e quat… cinque.
Ci siamo lasciati con una considerazione sul tempo, che intanto, è decisamente passato… Ma a volte serve per misurare e considerare. Ho guardato dall’esterno questo “fenomeno blog ” che è in grado di coinvolgere e travolgere.
Per qualche mese è stato uno dei miei pensieri ricorrenti, lo è ancora, ma con il giusto peso. L’interattività ha sempre bisogno di essere alimentata da nuove idee.
Una mia amica, parlando del blog, tempo fa, mi ha detto: “Hai visto, ti chiamano Luce! Bello vero?”
Luce è una parola che mi fa pensare alla speranza, però in quell’occasione, ho realizzato che non mi piacciono i nickname, non c’è nome che sostituirei al mio.
E’ la figura del blogger a richiederlo? Non so, non mi piace essere convenzionale. Mi piace il contatto con la gente, soprattutto se è reale. Odio le maschere, anche quelle involontarie.
Non sono sicura di voler prendere in prestito “Luce” nè dal Blog, nè dal libro. Mi sembra quasi un’usurpazione. E’ a loro che appartiene.
Tempo e pazienza: sono i beni più ricercati e desiderati al mondo e purtroppo non commercializzati, altrimenti ce ne saremmo accorti, perchè ci sarebbe qualcuno più ricco di Bill Gates…
Chiazze ocra se guardi bene. Il paesaggio sciolto, scorre.
Si divide e si moltiplica.
Liquido denso che scivola via, deformandosi.
Tra freddo e vento…
Non si può che ascoltare qualcosa di appropriato a questo “mood”. Nessun riferimento particolare, solo poesia e musica unite dal giusto equilibrio di strumenti.
L’arrangiamento perfetto…da ascoltare ad alto volume!!